Il divieto di accesso ai social network per i minori sta diventando sempre più discusso e adottato da diversi Paesi, con l’obiettivo di proteggere i giovani dall’esposizione a contenuti dannosi e di garantire un utilizzo sicuro della tecnologia per loro. Paesi come G7, Australia, Europa e persino Asia stanno introducendo misure di varia natura per limitare l’accesso di bambini e adolescenti online.

Le principali iniziative a livello internazionale

Nel G7 riunitosi a Evian, in Svizzera, uno dei temi centrali è stata la protezione dei minori dagli effetti negativi dell’intelligenza artificiale e dei social media. A poche settimane di distanza, il Paris Peace Forum ha ospitato 95 giovani internazionali che hanno presentato il “Manifesto della Gioventù”. Questo documento rappresenta una voce diretta dei ragazzi, chiedendo alle istituzioni di intervenire con maggiori tutele rispetto ai soli interventi aziendali.

In Francia, già una delle prime nazioni europee ad aver proposto il divieto per i minori di 15 anni, il tema rimane uno dei focus dell’azione politica. Anche il Regno Unito ha lanciato una misura analoga, proibendo l’accesso ai social per chi ha meno di 16 anni.

Le misure in Australia e Asia

Il primo Paese al mondo ad approvare una legge sul divieto è l’Australia, dove i social si apriranno solo per età uguale o superiore ai 16 anni. Le piattaforme che non rispettano questa normativa sono esposte a multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani. Nonostante questa struttura solida, però, il Garante australiano ha osservato che circa il 70% dei ragazzi sotto i 16 anni possiede comunque un profilo. Questa situazione si spiega facilmente: la verifica dell’età non è attuata rigorosamente da parte delle grandi piattaforme come Snapchat, TikTok, YouTube, Instagram, Facebook, e X.

In Indonesia, dal mese di maggio del 2026, lo stop per i minorenni ai 16 anni è una realtà attuale. La decisione è parte di un piano graduale che coinvolge la disattivazione delle cosiddette “piattaforme ad alto rischio”.

Il quadro in Europa

La normativa in Europa si presenta in modo diversificato. In Spagna, il premier Pedro Sánchez ha lanciato una legge volta a vietare l’accesso ai social per i ragazzi al di sotto dei 15 anni. Al momento del confronto con i regolamenti europei, si punta sull’utilizzo obbligatorio della carta d’identità digitale UE per la verifica della fascia d’età.

In Portogallo nel 2026 è entrata in vigore una legge che vieta l’accesso ai social per i minori di 13 anni e richiede il consenso formale dei genitori per i ragazzi tra i 13 e i 16 anni.

La Danimarca ha annunciato per la fine del 2026 una legge che imporrà l’accesso ai social solo a partire dai 15 anni. La Germania, invece, ha espresso un’altra prospettiva: invece di vietare, si cerca di educare l’utilizzo corretto del digitale, paragonandolo a qualcosa come la consumazione di bevande alcoliche.

Le nuove sperimentazioni legislative

In Canada, con il Safe Social Media Act del 2026, il modello non è un divieto generale, ma un intervento di tempistica. L’idea è quella di sospendere temporaneamente i servizi per dare tempo alle aziende tecnologiche di adottare misure per proteggere i giovani. Tra le modifiche prospettate, spicca l’eliminazione di funzioni di progettazione manipolativa, come l’autoplay, lo infinito scroll, e la personalizzazione eccessiva dei contenuti.

I punti di vista contrari

Nonostante l’impegno in atto verso i divieti, esiste un’opinione opposta da parte di esperti, studiosi e organizzazioni. Amnesty International si dichiara scettica riguardo al valore reale dei divieti per i minori. Secondo l’organizzazione, vietare i social non rappresenta una soluzione radicale, ma soltanto una scorciatoia che non risponde effettivamente ai problemi digitali.

Amnesty contro il divieto: “Non è la risposta”

Amnesty International ha espresso chiaramente la propria posizione sostenendo che l’opzione dei divieti non rappresenta la soluzione, ma un tentativo di risposta non strutturata. I diritti digitali, la privacy e l’impatto sociale del digitale richiedono una gestione più profonda. In particolare, Amnesty invita a migliorare la regolamentazione complessiva, a partire da una protezione maggiore dei dati personali, un controllo più attento da parte delle istituzioni e una progettazione più sicura per i social media.

Altri esperti, tra cui tre ricercatori della Cambridge University — Amy Orben, Sander van der Linden e Sarah-Jayne Blakemore — hanno sottolineato che i divieti potrebbero risultare incoerenti e non sufficientemente efficaci. Hanno ribadito che i social non sono necessariamente pericolosi per i ragazzi in maniera assoluta, ma solo in alcuni contesti.

Sander van der Linden ha espresso dubbio per la politica volta al completo divieto: una strategia che finisce col togliere ai ragazzi alcuni diritti digitali fondamentali, piuttosto che concentrarsi sulle aziende tecnologiche, richiedendo da queste un ripensamento del loro modello e una riduzione di pratiche di design manipolativo.

Gli adolescenti e l’accesso digitale

Sarah-Jayne Blakemore si è focalizzata sul ruolo positivo dei social per i ragazzi: li mette in contatto con un mondo più vasto e permette l’accesso ad informazioni e conoscenze che, per alcuni di loro provenienti da ambienti svantaggiati, potrebbero essere difficili da ottenere altrimenti.

Rares Voicu, presidente del Forum europeo della gioventù, ha dichiarato che vietare un’intera categoria di strumenti digitali non affronta il problema in maniera realistica. “I social media – dice – rappresentano per i giovani un aspetto centrale della loro vita quotidiana. Senza di essi, molti si sentirebbero esclusi dal panorama sociale e informativo globale.”

I divieti totali o estesi si pongono come una soluzione troppo semplicistiche, non tenendo conto del complesso ruolo che i social media svolgono nella vita dei ragazzi, né del contesto socioeconomico di alcuni adolescenti.

In conclusione, il dibattito sugli interventi per limitare l’uso dei social ai minori resterà acceso. Mentre diversi governi si muovono per vietare l’accesso di bambini e adolescenti, il rischio concreto di una reazione opposta, nonché di uno scontento crescente tra i giovani, non è trascurabile.