Da anni si dibatte sull’importanza di trasformare gli appalti pubblici in un motore di innovazione. In Italia, in particolare, si assiste a un paradosso: da un lato, il paese spende miliardi in finanziamenti a startup, acceleratori e innovatori; dall’altro, quelle tecnologie spesso non trovano un mercato domestico abbastanza ampio da garantire una scalabilità economica. In questa fase, il concetto di venture procurement si presenta come un’opportunità cruciale.
Che cosa è il venture procurement
Il venture procurement (o “acquisto di innovazione ad alto rischio” in traduzione) è uno strumento che permette al settore pubblico di sperimentare e adottare tecnologie emergenti, in modo da ridurre il divario tra invenzione e mercato. Esso si fonda su una logica diversa rispetto a quella tradizionale: invece di premiare la soluzione già testata e provata, il venture procurement cerca di incoraggiare la sperimentazione in partnership con aziende innovative.
Gli strumenti esistenti in Europa
L’Unione Europea offre diversi strumenti legali e pratici per agevolare l’acquisto di tecnologie ad alto rischio. Tra queste, rientrano:
- PCP (Public-Private Partnership) – partnership tra enti pubblici e privati per progetti di ricerca e sviluppo.
- PPI (Public Procurement of Innovation) – strumento che permette all’amministrazione di comprare prodotti o servizi innovativi, anche non perfettamente realizzati.
- Innovation Partnership – modello progettuale che coinvolge il settore privato sin dalla fase di sviluppo.
- Digitalisation in procurement – iniziativa per aumentare la digitalizzazione degli appalti e rendere più efficienti i processi.
Situazione in Italia
In Italia, l’attuazione pratica di questi strumenti rimane limitata. Sebbene nel Codice degli Appalti e nel PNRR siano previste linee guida, la diffusione su larga scala non si è ancora concretizzata. Secondo uno studio recente di Euricse, solo circa il 10% degli appalti digitali ha seguito l’approccio innovativo.
Esempi virtuosi
Tuttavia, esistono casi interessanti dove il venture procurement è stato applicato con successo. Uno dei più conosciuti è il Progetto Smart Working dell’Agenzia per l'Italia Digitale (AgID), che ha sperimentato l’utilizzo di strumenti di collaborazione da parte di startup italiane, integrandole direttamente nel processo di sperimentazione governativa.
Un altro esempio è il bando per la sperimentazione di tecnologie 5G da parte del Ministero dello Sviluppo Economico, in collaborazione con startup e imprese innovative. Questi progetti non solo accelerano l’adottazione tecnologica, ma creano un primo mercato domestico che permette alle aziende di crescere e scalare.
I confronti con gli Usa
Se guardiamo a cosa sta succedendo negli Stati Uniti, possiamo imparare molto. Il Dipartimento della Difesa Usa, ad esempio, utilizza da anni l’approccio del venture procurement per finanziare sviluppi tecnologici ad alto rischio. Il programma DARPA funziona seguendo un modello preciso: finanzia brevemente, ma intensamente, progetti innovativi, con fasi di sperimentazione e feedback diretto.
Il meccanismo è applicabile ad ogni settore: dallo spazio alla cybersecurity, passando per la sanità e l’ambiente. Il segreto del successo Usa è la cultura di sperimentazione, che in Italia manca in molti settori, soprattutto in quelli tradizionali.
Raccomandazioni per un approccio italiano
Per trasformare il venture procurement in una pratica diffusa in Italia, servono interventi concreti. Ecco alcune proposte:
- Creare piani di sperimentazione integrati per ogni ministero chiave (Salute, Difesa, Interni) con budget dedicati;
- Formare team di sperimentazione interno alla PA in grado di valutare e testare tecnologie innovative;
- Creare un osservatorio nazionale sui progetti PPI e PCP per fare benchmarking e migliorare i flussi operativi;
- Aprire una call unica annuale dedicata al venture procurement, finanziata dal PNRR.
In sintesi
Il venture procurement non è solo un nuovo modello di acquisto: è uno strumento strategico per trasformare l’innovazione in sostenibilità economica e sociale. Gli strumenti esistono, come dimostrano Europa e Stati Uniti, ma in Italia serve una visione sistemica, supportata da una struttura pubblica che abbraccia la sperimentazione e la rischiosità in nome di una crescita a lungo termine.
