Quarantacinque docenti e ricercatori di università italiane, in una lettera aperta presentata il 16 giugno 2026 alla Camera, chiedono di riportare il dibattito sull’intelligenza artificiale su basi realistiche. I sistemi generativi non “capiscono”, producono previsioni statistiche e richiedono formazione diffusa sui loro limiti e usi.

Una “lettera aperta alla società”, quella che quarantacinque fra docenti e ricercatori di diverse università italiane hanno scritto e presentato in un incontro avvenuto alla sala stampa della Camera dei deputati il 16 giugno 2026.

La presentazione è stata coordinata dai docenti Walter Quattrociocchi, del Dipartimento di Informatica, Sapienza Università di Roma, e Enrico Nardelli, del Dipartimento di Matematica, Università di Roma Tor Vergata.

Che cos’è l’intelligenza artificiale?

L’intelligenza artificiale ha l’obiettivo di simulare il pensiero umano, sia quello basato sul ragionamento (deduttivo) sia quello basato sui dati (induttivo). In passato si è lavorato soprattutto col primo approccio perché non c’erano a disposizione né le quantità di dati né la potenza di calcolo che sono disponibili adesso.

Che cos’è un sistema di intelligenza artificiale generativa?

I sistemi di intelligenza artificiale generativa sono modelli matematico-statistici addestrati su enormi quantità di dati. Il loro funzionamento, nella sua essenza, è semplice: imparano dai dati a fare previsioni. Possono stimare quale parola è più probabile in una frase, quale immagine è coerente con una descrizione o quale risposta è compatibile con una domanda.

Funzionano perché, nei dati di addestramento, esistono regolarità che il modello riesce a individuare su scala molto ampia. Si sono ottenuti risultati tecnici impressionanti e inattesi in diversi compiti cognitivi, che però non equivalgono a comprensione nel senso umano del termine. Conoscerne bene i limiti e le potenzialità diventa quindi sempre più critico.

I sistemi di IA generativa “capiscono”?

Negli esseri umani, la comprensione implica l’esperienza del mondo e la capacità di verificare le informazioni. I sistemi di IA generativa possono scrivere testi convincenti, risolvere esercizi o sostenere conversazioni complesse. Questo, però, non significa che capiscano ciò che stanno dicendo: c’è solo un calcolo di probabilità. Quando sembrano ragionare, combinano schemi appresi dai dati. Quando sembrano sapere qualcosa, producono l’output statisticamente più coerente con il contesto, senza avere accesso diretto al mondo o a meccanismi autonomi di verifica.

Dove funzionano e dove no

Questi sistemi funzionano molto bene quando il problema è simile a situazioni già presenti nei dati di addestramento e quando sono disponibili molti esempi da cui apprendere. Diventano però più fragili quando le informazioni cambiano rapidamente, quando il tema è controverso o quando l’argomento è significativamente diverso dai dati conosciuti.

In queste situazioni possono produrre risposte fluenti, cioè apparentemente coerenti e corrette, ma errate. Il punto non è che a volte sbagliano. Il punto è che questi sistemi producono risposte plausibili senza disporre di un meccanismo interno per verificarne la veridicità.

A che punto siamo davvero: il tema dell’AGI (Artificial General Intelligence)

Nel dibattito pubblico si parla spesso di “AGI”, cioè di sistemi capaci di comprendere e ragionare in modo ampio e autonomo come un essere umano. Gli attuali sistemi di AI generativa non presentano queste caratteristiche. Sono molto potenti nel riorganizzare le informazioni già presenti nei dati, ma non costruiscono modelli del mondo nel senso in cui lo fanno gli esseri umani.

L’aumento dei dati e della potenza di calcolo migliora le prestazioni, ma non cambia la natura del meccanismo di base, che rimane basato principalmente su previsioni statistiche su larga scala, anche se le rappresentazioni interne che emergono durante l’addestramento possono essere molto complesse.

Il rischio del fraintendimento

Il rischio non è questa tecnologia in sé, ma il modo in cui l’interpretiamo. Se trattiamo la fluidità linguistica come prova di conoscenza o deleguiamo il giudizio senza comprendere il funzionamento dello strumento, rischiamo di confondere coerenza con affidabilità. In questo modo può cambiare, spesso senza accorgercene, il criterio con cui riconosciamo ciò che è conoscenza.

Cosa fare

La vera priorità è formare le persone a comprendere queste tecnologie. Sapere come funzionano, quali sono i loro limiti e come possono essere utilizzate in modo responsabile è oggi una competenza fondamentale per tutti i cittadini.

Invitiamo la comunità accademica dell’informatica a contribuire attivamente a questa opera di chiarimento e formazione. Spiegare con precisione che cosa queste tecnologie sono davvero, e che cosa non sono, è un’opera di alfabetizzazione che è parte integrante del nostro lavoro di ricercatori e docenti.

    • Invitiamo docenti e ricercatori a sostenere la diffusione di una cultura tecnologica seria e trasparente.
    • Invitiamo altresì studiosi e ricercatori di altri settori a contribuire a quest’attività, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze disciplinari.
    • Invitiamo dunque tutti i colleghi che la condividono ad aggiungere la loro firma a questa lettera aperta.

La petizione

I creatori della “lettera aperta” invitano altri docenti e ricercatori a firmare una petizione per aumentare il numero dei sottoscrittori e dare così maggiore peso alle loro tesi.

“Ho lanciato questa petizione circa un mese fa, all’interno del settore scientifico, universitario e della ricerca, e in questo poco tempo ha raccolto già circa 350 adesioni”, dichiara ad Ai4business Walter Quattrociocchi. “Quindi le questioni e i problemi evidenziati sono molto sentiti. In realtà le adesioni sono state molte di più, ma abbiamo accolto solo quelle all’interno del mondo accademico, ne sono arrivate diverse altre da parte di soggetti e professionisti di altri settori.”