La scena sembra uscita da un film di spionaggio industriale, ma sta accadendo al chiaro di giorno. I compratori cinesi sono impegnati in appuntamenti segreti nei parcheggi di negozi Usa, come Home Depot, per acquistare partite di cartata che valgono più di 20.000 dollari. Si tratta della prima linea di una guerra silenziosa per le risorse mondiali.
Perché la cartata?
Il motivo del clamoroso interesse è il tungsteno. Questo elemento, conosciuto in svedese come "piedra pesada", ha il punto di fusione più alto di tutti i metalli conosciuti, raggiungendo i 3.422°C. La sua estrema durezza e resistenza alle schegge termiche lo rendono insostituibile per produrre tecnologie aeronautiche, utensili industriali e munizioni perforanti.
Il suo valore cresce in tempi di crisi geopolitica, in cui l'accesso ai materiali critici diventa una questione di sicurezza nazionale. Mentre la Cina controlla quasi l'80% della produzione mondiale del metallo, gli Usa si trovano in una situazione delicata: da un lato devono importarlo ma, dall'altro, il loro flusso di cartata sta andando a Pechino.
Il mercato in balìa di Pechino
Secondo un'analisi di John Connor, la tensione è esplosa nell'intera filiera nel febbraio 2025. La Cina ha stretto la morsa commerciale aumentando i controlli doganali a seguito degli insulti statunitensi. I volumi delle esportazioni verso l'Occidente sono calati bruscamente del 40%, causando un aumento dei prezzi mondiali del tungsteno del 557%, che ha toccato quota 2.250 dollari per tonnellata metrica.
Un paradosso che non passa inosservato: se la scarsità di tungsteno puro è causata dai limiti cinesi, è sempre la Cina a raccogliere la carta Americana – come ad esempio le limature e le broche industriali dismesse – e a redistribuirla in Asia con l'aiuto di Paesi intermediari come il Canada o gli Emirati Arabi Uniti. Gli analisti del settore avvertono di un pericolo imminente: se Pechino aprirà le porte all’importazione diretta di rottami, il mercato restante del mondo patirà i suoi effetti.
Una strategia globale di controllo
Oggi la Cina ha un controllo quasi assoluto delle catene di approvvigionamento, un fattore che le conferisce un'enorme influenza geopolitica e commerciale. Il suo vantaggio si basa sul possesso di materie prime essenziali, conosciute come «golaie». Queste sono strumenti di potere che Pechino può sfruttare per spingere il mondo ad accettare la sua volontà.
Per fronteggiare questa minaccia, Usa ed Europa hanno iniziato a prendere provvedimenti. Il Financial Times riferisce che all’interno del Congresso Usa e dell'industria del riciclo si sta facendo pressione per bloccare immediatamente l'esportazione di residui di tungsteno verso la Cina, per proteggere la sicurezza nazionale. L'America però si trova in un vicolo cieco: manca loro la capacità di trasformare questi residui esportati in prodotti destinati al proprio uso industriale.
La strada verso estrazioni alternative
Secondo John Connor, la soluzione richiede diplomatica e investimenti esteri. Kazakistan, con le sue immensi riserve (circa due milioni di tonnellate di tungsteno), è diventato un nodo chiave della strategia Usa. Il Paese ha ricevuto investimenti governativi per lo sviluppo di miniere locali. La gara però è serrata: Pechino non è rimasto inerte e ha già avviato produzione commerciale nella gigantesca miniera kazaka di Boguty.
Concorrenti europei si stanno svegliando. Allied Critical Metals, una miniera canadese, sta investendo in progetti storici in Europa come Borralha, nel nord del Portogallo. Obiettivo è avviare la produzione di concentrati di tungsteno prima della fine del 2026, al fine di coprire la crescente richiesta dell’Occidente.
L’ingegno industriale e il riciclo
Il The Conversation ha individuato un parallelo storico interessante: durante la Seconda Guerra Mondiale, i tecnici britannici di Vickers, per rispondere all’emergenza di scarso molibdeno causata dai sommergibili tedeschi, hanno innovato recuperando direttamente il minerale da trapani di miniera. Oggi la stessa logica si applica al tungsteno.
Il metallo ha un tasso di riciclaggio globale molto elevato, attorno al 42% nel mondo, e fino al 70% nei mercati occidentali – un tentativo di controbilanciare il dominio cinese. Inoltre, il governo sudcoreano ha avviato la miniera di Sangdong, una delle prospettive più promettenti al di fuori della Cina, che potrebbe fornire sino all'80% del tungsteno globale diverso da cinese. Per proteggere la produzione, Seul ha istituito un prezzo minimo garantito per il metallo.
Il rischio di una guerra tecnologica
Il tempo stringe. Il consumo esponenziale di armamenti durante la Tercera Guerra del Golfo ha ridotto drasticamente le scorte Usa di missili dipendenti dal tungsteno. Sistemi avanzati come Patriot e THAAD si trovano alle soglie del minimo storico. Senza un rifornimento costante, il Pentagono potrebbe rischiare un collasso nel rearmo del reparto, con gravi ripercussioni in caso di conflitti di larga portata, come una guerra diretta su Taiwan.
Un allarme per l'Occidente
Le strategie di isolamento adottate da Pechino non sono solo economiche, ma geopolitiche. Il problema del tungsteno dovrebbe mettere a dura prova i governi occidentali, spingendoli a diversificare immediatamente le catene di approvvigionamento. Il rischio di dipendenza dal monopolio cinese è troppo grave per essere ignorato. Solo sviluppando un’industria autonoma e diversificata, il mondo occidentale potrà proteggere l’economia e la sicurezza globale.
