Nel contesto contemporaneo, la sovranità digitale si è affermata come una priorità strategica a livello internazionale. In Europa, diversi Paesi hanno tradotto questa esigenza in iniziative concrete, adottando politiche per rafforzare l'autarchia tecnologica e ridurre la dipendenza da fornitori esteri, in particolare statunitensi. Italia invece, pur fornita di strumenti, piani e normative, si mostra tra i più indietro nell’intera Unione Europea.
Tendenza europea: digital sovereignty in azione
Nazioni come Francia, Germania, Danimarca e Paesi Bassi hanno adottato un approccio decisamente più aggressivo per realizzare una visione autonoma del proprio spazio digitale. Al centro di queste strategie vi è la migrazione verso software open source, l’utilizzo di formati dati aperti e l’investimento nello sviluppo di infrastrutture tecnologiche locali.
La Francia, ad esempio, ha lanciato un piano ambizioso in collaborazione con il settore privato per sostituire software Microsoft con alternative più autonome in tutti i settori pubblici e, quando possibile, anche privati. La Germania, invece, ha promosso l’uso di software open source per ridurre la dipendenza da fornitori stranieri e migliorare la trasparenza delle operazioni digitali. La Danimarca, con l’implementazione della piattaforma Magenta, punta a fornire a governi e imprese locali tecnologie indipendenti. I Paesi Bassi, infine, hanno introdotto forti incentivi fiscali a favore di chi adotta digital solutions locali.
Italia: strategie presenti, iniziative mancanti
L’Italia, nonostante disponga di una robusta cornice normativa (tra cui il Digital Compass e i piani del Digital Transformation Fund), non ha ancora prodotto un piano integrato e mirato verso la sostituzione di tecnologie estere. Nonostante siano presenti iniziative locali ed esempio significativi come quelli dell’Emilia-Romagna o dei comuni digitali sostenibili di Trento, l’assenza di un piano nazionale organico ha bloccato un avanzamento su larga scala.
Una delle ragioni principali risiede nella frammentazione dell’amministrazione pubblica: mentre singoli enti locali sperimentano forme di autonomia tecnologica, manca un coordinamento strategico a livello centrale. Allo stesso tempo, la burocrazia italiana è ancora dipendente da software a pagamento, spesso statunitensi, e si è rivelata lenta nella migrare verso piattaforme aperte e open source.
Rischi e opportunità economiche
La mancanza di una strategia nazionale chiara espone l’economia italiana a diversi rischi, tra cui la perdita di competitività a causa del ritardo tecnologico e la vulnerabilità in caso di interruzioni nell’accesso alle tecnologie estere. Dall’altro lato, però, l’Italia possiede un ecosistema imprenditoriale innovativo e una forte comunità di sviluppatori di software open source. Questo rappresenta una ricchezza inestimabile per la costruzione di una vera e propria economia digitale autonoma.
Un quadro in movimento
I dati mostrano che nel 2023, i sistemi d’informazione delle pubbliche amministrazioni italiane sono rimasti significativamente meno trasparenti e autononomi rispetto ai Paesi Europei vicini, nonostante siano presenti progetti di successo come Digital Italia e Spid. Inoltre, manca uno strumento unificato per misurare gli avanzamenti del Paese verso obiettivi della Strategia Digitale UE che potrebbe metterne meglio a fuoco criticità e risultati.
Persone e tecnologie al centro del futuro
La sovranità digitale non è solo una questione di tecnologia: coinvolge anche l’istruzione e la cultura digitale delle persone. Molti Paesi europei hanno integrato percorsi di digital skills nei contesti educativi e professionali: l’Italia, invece, mostra un livello di competenze digitali medio-basso rispetto ai vicini del Nord Europa. Senza un’educazione mirata al digitale, l’attuazione di una vera sovranità digitale sarà ostacolata.
In sintesi, il ritardo Italia nell’applicazione pratica dei principi della sovranità digitale rappresenta un rischioso punto di debolezza. Se, da una parte, il Paese ha il know-how e le risorse per invertire la rotta, la mancanza di leadership e visione strategica nazionale ne riduce la capacità d’azione. Solo un intervento forte e coordinato da parte dello Stato potrebbe permettere all’Italia di posizionarsi in modo autorevole nel contesto europeo del digitale.
