Il rapido sviluppo dell’AI generativa supera oggi le capacità di controllo, mentre la Big Tech, la competizione geopolitica e modelli agentici mettono a rischio l’idea che bastino regole formali per affrontare le sfide emergenti. Una risposta efficace deve poggiare su una sovranità digitale rafforzata, una responsabilità umana rinnovata e una governance globale. In parallelo, le tecnologie dovranno essere progettate per essere più sicure e controllabili.
Un contesto globale complesso e un tunnel senza uscita
Siamo in un periodo storico segnato da tensioni internazionali e conflitti in crescita, ma anche da un sviluppo tecnologico travolgente guidato da poche potenze globali. La capacità di controllo su questi sviluppi tecnologici si fa sempre più fragile e il tunnel in cui ci troviamo – il tunnel dell’AI generativa – è probabilmente più profondo di quello tracciato dai social network nei loro vent’anni di dominio.
Dal tunnel generato da piattaforme social, con un buon lavoro si potrebbe emergere, ridefinendo le regole economiche e sociali che ne sono alla base. Ma con l’AI generativa, siamo invece molto vicini a un punto di non ritorno. L’efficienza e la facilità di utilizzo di questi modelli li rendono praticamente indispensabili in tutti i settori – dalla scuola alle aziende, dalla ricerca ai governi – rendendo ardua ogni forma di distacco o modifica del modello esistente.
Un dibattito diviso tra paure e tranquillità
Il tema dell’AI presenta oggi una narrativa divisa in due estremi. Da un lato si ha quella dei “Catastrofisti”, che prevedono un scenario in cui l’intelligenza artificiale prende il controllo del pianeta, minacciando esistenzialmente gli esseri umani. Dall’altro, i “Stocastici”, che riconoscono ai modelli generativi solo un ruolo puro di inferenza statistica, minimizzandone i rischi e le capacità trasformative.
Nel mezzo di queste narrativi si colloca una posizione equilibrata: i “Regolatori”, con la filosofia dello “Human-in-the-Loop”, mirano a gestire il rischio in modo progressivo, con controlli e limitazioni. Questa linea guida è ben rappresentata dall’AI Act dell’Unione Europea, che nonostante le difficoltà di applicazione pratica cerca di equidistare tra i sostenitori di una libera innovazione e coloro che richiedono sospensioni dello sviluppo fino a quando non siano state create le condizioni per un controllo completo.
Equidistanza regolativa o posizione reale?
La via del regolamentare è oggi la posizione prevalente. Essa cerca di equilibrare rischi ed opportunità, con l’obiettivo di mantenere un certo controllo senza frenare l’innovazione. Ma è davvero una posizione realistica?
Tale equilibrio si basa su regole di progettazione e utilizzo del sistema, con enfasi sulla trasparenza e sulla centralità dell’essere umano. È un tentativo di razionalizzare il dibattito per evitare il caos e le conseguenze estreme delle altre narrativi. Ma quando si tratta di affrontare un tema tecnologicamente complesso e in continua evoluzione, questa strada potrebbe non bastare.
Gli interventi di “padri dell’AI” come Geoffrey Hinton, Yoshua Bengio e Stuart Russell rappresentano l’ennesimo monito sull’esponenziale crescita dei rischi legati all’AI avanzata. Nel 2023, centinaia di ricercatori hanno sottoscritto lo “Statement on AI Risk” del Centro per la Sicurezza dell’AI, un documento che non è rimasto solitario ma è stato seguito da diversi ulteriori allarmi da parte di enti tecnologici prestigiosi, come Anthropic.
La dipendenza tecnologica europea e il rischio geopolitico
Un punto chiave da tenere in considerazione è la dipendenza dell’Unione Europea rispetto alle potenze tecnologiche statunitensi e cinesi. Oggi l’UE non ha un controllo completo né sulle piattaforme di AI né sull’infrastruttura abilitante. Il problema non riguarda solo il commercio di modelli generativi, ma spazia a settori come il Cloud Computing, i Data Center, lo Spazio e la Ricerca.
Una recente presa di consapevolezza da parte dell’Europa riguardo a questa dipendenza ha portato a investimenti mirati, sebbene finora insufficienti: risorse dedicate alla ricerca, alla sovranità digitale e al ritorno a un equilibrio tecnologico globale. Il tempo, però, non permette di recuperare il vantaggio in pochi anni senza interventi decisamente ambiziosi.
Che fare per affrontare questa crisi?
- Investire significativamente in tecnologie e ricerca per sviluppare modelli di AI indipendenti;
- Accrescere la capacità europea di autogovernare infrastrutture critiche;
- Implementare una legislazione chiara e rigorosa, come già avviato con l’AI Act, ma estendendola dove necessario;
- Promuovere una partnership globale su basi equilibrate per evitare una guerra fredda tecnologica;
- Sviluppare un piano strategico a lungo termine per recuperare posizione su fronti cruciali;
- Educare e formare il pubblico su come vivere con l’AI senza diventarne schiavi;
- Vigilare costantemente e reagire rapidamente a nuove minacce emergenti;
- Valorizzare i talenti europei e garantire loro supporto istituzionale e finanziario;
- Collaborare con l’industria per sviluppare soluzioni sicure e sostenibili.
Alla ricerca di un modello alternativo
In un’ottica di strategia, la Cina offre un esempio di piano organizzato, con una politica centralizzata sostenuta da investimenti massicci nello sviluppo della ricerca e con un’adesione forte agli obiettivi nazionali. Il suo modello rappresenta una via alternativa per lo sviluppo dell’AI, tuttavia presenta una forte centralizzazione a cui l’UE difficilmente potrebbe ispirarsi.
L’Europa invece si presenta come una entità politica decentralizzata e diversificata, dove una guida comune non è facile da trovare. E mentre le principali potenze avanzate – USA e Cina – puntano alla supremazia tecnologica, l’UE finisce col muoversi a passo sostenuto ma meno aggressivo, rischiando di restare indietro.
I rischi militari dell’AI generativa
Un ulteriore rischio sistemico riguarda l’uso della tecnologia per finalità militari. Nei conflitti moderni, l’AI sta già avendo un impatto fondamentale: nella selezione degli obiettivi, nella pianificazione tattica e nell’ottimizzazione delle strategie offensive. I grandi attori geopolitici non hanno interesse a limitare queste tecnologie: il loro potenziale è considerato troppo vitale per permetterne freni di sorta.
Il risultato è una corsa sfrenata a chi riesce meglio ad impadronirsi dell’AI, con una stretta collaborazione tra tecnocrati e politici. In un tale contesto, l’applicazione di norme e regole che limitino l’uso potrebbe rappresentare un ostacolo al vantaggio strategico globale.
