Una sentenza pronunciata a Los Angeles ha acceso il dibattito sull’impatto che i social network possono avere sui ragazzi e su come le piattaforme siano progettate per massimizzare il tempo di permanenza degli utenti. In questo caso, una minorenne ha ottenuto un risarcimento di sei milioni di dollari per aver accusato le piattaforme Meta e Google di essere state costruite in modo manipolativo.

Un cambio di prospettiva

Il fatto importante non è tanto il risarcimento in sé, quanto il nuovo orizzonte giuridico che questa sentenza introduce. Si riconosce che il problema non riguarda soltanto ciò che gli utenti pubblicano, ma il modo in cui le piattaforme sono progettate per trattenere l’utente e incidere sulle sue scelte. Il diritto, quindi, va oltre i contenuti visibili e si confronta con un ambiente capace di plasmare l’estrazione del valore economico in base del tempo speso.

La progettazione come fattore di dipendenza

Nel modello cosiddetto dell' “economia dell’attenzione”, il principale valore produttivo non è il singolo elemento, ma il tempo totale che l’utente dedica all’applicazione. Gli strumenti utilizzati per prolungare questa permanenza sono noti: notifiche continue, scorrimento automatico, scroll infinito e algoritmi sempre più personalizzati, tutti pensati per rendere più difficile interrompere l’uso.

Questi strumenti, combinati, generano una esperienza di consumo fluida e ininterrotta, che sembra quasi automatica, spesso priva di soglia di accesso o momento preciso. Questa è una delle specificità del sociale nel digitale: l’uso diventa una forma di consumo continuo e reiterato, integrandosi nella routine quotidianamente.

Confronti con altre forme di dipendenza

Le leggi nazionali tradizionalmente si sono confrontate con forme di dipendenza che coinvolgono sostanze o comportamenti, come tabacco o gioco d’azzardo. In quelle situazioni, il problema è chiaro, ed esistevano leggi specifiche per limitare il consumo o proteggere i soggetti vulnerabili.

Ma i social non sono né una sostanza né un comportamento isolato. Hanno un carattere differente: la relazione problematica nascerebbe direttamente dalla struttura stessa del servizio. La differenza sta nel fatto che per un certo periodo, il social è considerato un bene comune, una forma di connessione e scambio, e non solo strumento di piacere o distrazione.

La sfaccettatura della dipendenza digitale

Non tutti sono ugualmente esposti al rischio; fattori di età, condizioni familiari e personali, livello di autodeterminazione possono renderne alcuni individui più vulnerabili di altri. I minori sono il caso più visibile, ma la questione riguarda anche gruppi sensibili e soggetti non considerati immediatamente colpiti.

La dipendenza digitale quindi non va ridotta né a una condizione patologica di pochi né a una caratteristica generalizzata di tutti; essa nasce da un’esposizione comune a questi meccanismi ma si manifesta in modi e intensità molto diversi.

Oltre il dibattito sociale: il ruolo del diritto

Nel quadro europeo, il parlamento sta già discutendo di limitazioni al cosiddetto “addictive design”, che rientra nell’ambito della tutela del consumatore, del corretto funzionamento del mercato digitale, e della protezione dei minori. Sia il Regolamento Digitale sui Servizi (Digital Services Act, o DSA) che l’iniziativa legislativa francese mostrano come il problema non si limiti a un dibattito educativo né sociologico, ma entri nel registro della regolazione formale.

La Commissione europea ha lanciato, tra l’altro, una procedura formale contro TikTok e Shein, sospettate di usare tecniche di marketing per catturare in maniera eccessiva l’attenzione degli utenti. Queste iniziative rappresentano una forte volontà di normare l'ambiente digitale.

Quali limiti nella normativa europea?

Tuttavia, mentre la sentenza in California ha riconosciuto un pregiudizio individuale e ha offerto un risarcimento, nell’ordinamento europeo il focus resta principalmente sull’ambiente di regolazione generale. Questa risposta collettiva può però lasciare in balia del mercato il singolo soggetto danneggiato. Quando il pregiudizio si genera lentamente e con interazioni complesse di fattori personali e ambientali, ricondurre l’origine del danno alla progettazione della piattaforma diventa difficoltoso e complesso.

Il rischio, quindi, è che l’ordinamento risponda efficacemente alla distorsione di mercato, ma non al disagio psicologico subìto da una specifica persona. Per farlo, ci vuole non solo la vigilanza, ma anche un sistema giudiziario che riesca a rispondere a una domanda specifica.

Soluzioni emergenti

Mentre le autorità regolatrici cercano di delineare un quadro chiaro e preciso, alcuni Stati membri hanno già adottato iniziative legislative. La Francia sta valutando una proposta di legge che limiti l’accesso ai social per chi ha meno di 15 anni, mentre in Spagna i limiti riguardano i minorenni di età inferiore a 16 anni.

Al di là di una discussione sui pro e contro, queste iniziative rivelano l’importanza crescente che il problema assume nell’agenda politica europea. La regolazione dello spazio digitale non è più solo un tema di mercato, ma uno spazio pubblico fondamentale per il benessere individuale collettivo.

Un problema di dignità e libertà

Non basta vederlo solo come una distorsione del mercato, anche se in esso vi sono problemi di asimmetrie informative, di equità contrattuale e di protezione dei dati. La questione va al di là: tocca in profondità la capacità della persona di autodeterminarsi in uno spazio dove essa può essere manipolata in modo subdolo.

Se l’utente diventa una fonte di dati più che di risorse, e se i suoi limiti psicologici e le sue fragilità vengono sfruttati come un plusvalore, il problema va oltre la tutela del mercato. Riguarda il rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo nello spazio digitale, che ormai è parte integrante della vita quotidiana.

Design etico: una prospettiva futura

Il diritto non deve limitarsi a vietare o punire. Deve anche fornire orientamenti chiari per la costruzione di servizi digitali meno invasivi, che prevedano pause strutturate, notifiche meno aggressive, sistemi di controllo autoriguardati e impostazioni di default eticamente motivate.

Un ruolo primario spetta alla trasparenza: il cittadino deve sapere quando e perché viene esposto a particolari dinamiche di consumo, ma non basta. Servono misure che vadano a modificare l’ambiente stesso di interazione, in modo che il design rispetti i limiti della persona anziché sfruttarli.