La spesa per la sanità digitale nel sistema italiano raggiunge già i 2,7 miliardi di euro nel 2025, con una crescita del 9% rispetto all’anno precedente. Ancora più rilevante è il dato sull’uso crescente dell’intelligenza artificiale da parte di medici e utenti, una crescita veloce che non trova ancora un parallelo nel sistema di governance. Secondo la ricerca del Politecnico di Milano intitolata Osservatorio Sanità Digitale 2026, il 61% dei medici specialisti e i medici di medicina generale (MMG) ha già utilizzato la Generative AI nell’ultimo anno, una percentuale che scende al 37% per gli infermieri. Tra i cittadini, il 36% ha già chiesto informazioni a chatbot basati sull’AI per argomenti relativi alla salute.

La sanità che corre verso l’AI

Il punto non è più tanto l’arrivo dell’AI in sanità, ma il modo in cui verrà integrata. Dopo il Piano Nazionale per la Trasformazione digitale (PNRR), l’Italia dispone di una base robusta per digitalizzare i processi sanitari. Tuttavia, il passo successivo richiama modelli organizzativi, regole, responsabilità e infrastrutture che devono essere messi a punto in tempo reale. Mentre l’adattamento procede, l’AI diventa un banco di prova.

L’uso diffuso di strumenti esterni

Uno dei tratti più interessanti dell’indagine è il divario tra uso personale da parte dei professionisti e adozione organizzata dentro le strutture sanitarie. Solo l’11% delle strutture dispone di strumenti AI a supporto della diagnosi, mentre il 34% dei medici specialisti dichiara di usarne qualcuno a livello personale, per scopi di supporto diagnostico. Questo indica un trend in cui i professionisti si affidano a strumenti esterni, come chatbot generalisti, piuttosto che a tecnologie integrate dentro la sanità ufficiale.

Questo comportamento mostra un chiaro vantaggio: l’AI permette di risparmiare tempo, semplificando la gestione delle informazioni, la sintesi documentale e la lettura dei referti clinici. Il rischio però è che l’utilizzo avvenga fuori da contesti sanzionati clinici, con una scarsa preparazione dei professioni sull’utilizzo, e una mancanza di regole certe per la sua applicazione.

Un problema di competenze e consapevolezze

La ricerca sottolinea che una parte significativa dei medici non è consapevole dei rischi legati all’utilizzo della Generative AI. Solo un terzo dei medici specialisti sa che gli output dell’AI possono contenere dati errati o allucinazioni, e appena il 17% riesce a riconoscere contenuti manipolati o generati artificialmente. Inoltre, solo il 2% dei medici professionisti ha competenze soddisfacenti in tutti i campi, e poco più del 30% ha ricevuto formazione specifica.

Questo problema non è irrilevante: in sanità, un errore tecnologico può trasformarsi velocemente in un errore clinico. Le potenzialità dell’AI non devono quindi essere viste solo in chiave innovativa, ma anche in termini di sicurezza, protezione del paziente, tracciabilità e formazione professionale.

Le parole chiave sono etica e governance

“L’intelligenza artificiale rappresenta l’elemento più significativo di discontinuità e potrebbe diventare una svolta evolutiva per la Sanità Digitale italiana”, dice Chiara Sgarbossa, direttrice dell’Osservatorio. “Ma per farla funzionare, serve governance e regole. Non possiamo permetterci una diffusione fuori controllo. Dobbiamo assicurarci che l’innovazione proceda a passo sostenibile e rispetti standard etici, sostenibilità e inclusione.”

I pazienti sono una variabile chiave

La ricerca condotta con Ipsos Doxa mostra come i pazienti abbiano iniziato a usare l’AI per capire i loro esami, i risultati del laboratorio e spesso per effettuare un’autovalutazione. Il 32% dei cittadini ha sentito parlare di piattaforme dedicate alla salute, come ChatGPT Salute, e l’11% dichiara interesse all’uso di questi strumenti, spesso per indicazione del medico curante.

Questo spostamento rappresenta una trasformazione radicale: da un lato, l’accesso a informazioni mediche non è più esclusivo del sistema clinico tradizionale; dall’altro, le chat con l’AI sono percepite rapide, intuitive, e capaci di personalizzare le risposte. Per questo motivo, i pazienti arrivano più preparati alle sedute di cura, con un’idea precisa del loro disturbo, del farmaco che potrebbe servire, o della diagnosi in base a dati ottenuti attraverso strumento esterno.

Il rischio di un nuovo rapporto terapeutico

“L’AI Generativa dà tanto in termini di potenzialità, ma i professionisti devono sapere usare le buone tecnologie per il bene della clinica e del paziente”, spiega Deborah De Cesare. “C’è bisogno di regole e di formazione per governare l’uso tecnologico con sensibilità clinica. I dati mostrano che i medici riconoscono che i prompt ricevuti dagli strumenti generativi possono cambiare completamente la qualità della risposta. Se il professionista non ne è padrone, l’output potrebbe essere fuorviante, e questo è un pericolo per la salute.”

Il piano delle competenze necessarie

L’Osservatorio ha individuato quattro aree fondamentali per garantire un utilizzo consapevole e corretto dell’AI in sanità. La prima è la conoscenza base dell’AI stessa (AI Knowledge): solo il 32% dei medici riconosce che la Generative AI può produrre allucinazioni, ma solo l’8% conosce il concetto di “Explainable AI” e il suo ruolo nella governance.

Poi c’è la parte pratica (AI Abilities): i professionisti sono abili nel valutare il contesto clinico in cui l’AI può essere utile (29% degli specialisti), ma solo il 17% riesce a riconoscere contenuti manipolati.

La terza area concerne l’etica e la deontologia (AI Behaviours): circa la metà dei medici sa che è suo il controllo sull’output dell’AI (49%), ma solo il 17% si sente abbastanza preparato a spiegare al paziente la sua funzionalità.

Infine c’è la gestione (AI Leadership): su questa, solo il 15% possiede competenze di gestione del cambiamento tecnologico. Complessivamente, solo il 2% dei medici ha una formazione avanzata su tutti i fronti, anche se poco più di un terzo ha partecipato a programmi di aggiornamento sull’AI.

Una sfida non solo italiana

Il problema