La diffusione dei servizi sanitari digitali non garantisce da sola accesso, autonomia e inclusione. Tra competenze, divario digitale, sovraccarico informativo e ruolo dei professionisti, l’alfabetizzazione digitale sanitaria diventa una leva decisiva per rendere la sanità digitale davvero equa e utile ai cittadini.

Negli ultimi anni, i servizi sanitari digitali sono diventati sempre più diffusi e familiari per milioni di cittadini: prenotazioni online, telemedicina, consulti a distanza, accesso ai referti, Fascicolo Sanitario Elettronico, app dedicate al monitoraggio della salute. Una trasformazione che si è sviluppata lungo due direttrici tipiche dei processi di innovazione. Da un lato una spinta technology push, trainata dalla maturazione delle tecnologie digitali, dalla diffusione capillare degli smartphone e dall’evoluzione delle piattaforme online. Dall’altro, fattori di contesto che hanno accelerato il cambiamento: tra questi, in modo decisivo, la pandemia da Covid-19, che ha reso necessaria la remotizzazione di molti servizi e anticipato in pochi mesi percorsi che altrimenti avrebbero richiesto anni (WHO, 2021).

Un passaggio non uniforme

Questo passaggio, tuttavia, non è avvenuto in modo uniforme. Tutti, indipendentemente dal livello di istruzione, dalle competenze digitali o dalla familiarità con la tecnologia, ci siamo trovati improvvisamente proiettati in una nuova dimensione. Se le generazioni più giovani risultano spesso avvantaggiate nei processi di adozione, lo stesso non può dirsi in modo generalizzato per le fasce più senior e, soprattutto, per la popolazione anziana.

Il rischio è che ciò che per alcuni rappresenta un’opportunità di accesso e semplificazione, per altri diventi una nuova barriera. Qui emerge un paradigma centrale della trasformazione digitale: la disponibilità della tecnologia non coincide automaticamente con la sua reale accessibilità. Possedere uno smartphone, avere una connessione o scaricare un’app non significa saper usare strumenti digitali in modo efficace, critico e consapevole. Significa allora chiedersi se la tecnologia sia davvero a portata di tutti.

La tesi del contributo

Da questa domanda prende forma la tesi di questo contributo: la vera innovazione in sanità non è soltanto tecnologica, ma deve guardare necessariamente anche altre componenti, come quelle culturali, cognitive e sociali. È in questo spazio che si colloca il concetto di Digital Health Literacy, ovvero l’insieme di competenze necessarie per cercare, comprendere, valutare e utilizzare informazioni e servizi sanitari digitali (Norman & Skinner, 2006; Sørensen et al., 2012).

Lo smartphone, in questa prospettiva, rappresenta una porta d’ingresso: non la soluzione a un problema più ampio che riguarda equità, autonomia e inclusione.

Una diversa visione del divario digitale

Il divario digitale indica quella condizione in cui una parte della popolazione incontra difficoltà nell’utilizzo delle tecnologie digitali. In passato, questo fenomeno era associato principalmente alla mancanza di strumenti o di connessione internet e riguardava soprattutto le persone con limitate risorse economiche.

Oggi, tuttavia, il concetto di digital divide si è evoluto e si presenta in forme più complesse. Non riguarda più soltanto la disponibilità di dispositivi o l’accesso alla rete, ma anche la capacità di utilizzare le tecnologie in modo efficace e, soprattutto, di trarne benefici concreti nella vita quotidiana (van Deursen & van Dijk, 2014; Robinson et al., 2015).

Si parla infatti di tre livelli principali di divario digitale:

    • Accesso: avere o meno dispositivi e connessione internet
    • Competenze: saper utilizzare strumenti e servizi digitali
    • Benefici ottenuti: riuscire a migliorare realmente la propria salute, autonomia e qualità di vita grazie al digitale

In ambito sanitario, questa evoluzione rende evidente una nuova esigenza: sviluppare una alfabetizzazione digitale sanitaria diffusa, cioè la capacità di usare le tecnologie per informarsi, orientarsi nei servizi e prendere decisioni consapevoli sulla propria salute.

Chi è più a rischio?

Il divario digitale non riguarda più una singola categoria sociale, ma coinvolge gruppi diversi della popolazione, spesso per motivi differenti. I fattori che influenzano in modo significativo le capacità di utilizzo dei servizi sanitari digitali includono età, livello di istruzione, status socioeconomico e fragilità sanitaria (Eruchalu et al., 2021).

Le persone anziane e/o con un basso livello di istruzione, possono incontrare maggiori difficoltà a causa di una minore familiarità con le tecnologie o per eventuali limitazioni cognitive e di comprensione delle informazioni sanitarie. Allo stesso modo, persone con minori risorse economiche possono avere un accesso limitato a dispositivi aggiornati, connessioni stabili o opportunità formative, con una conseguente ridotta capacità di gestione della propria salute.

I individui che vivono con malattie croniche, disabilità o condizioni di fragilità, pur avendo maggiore necessità di accesso ai servizi sanitari digitali, si ritrovano ad affrontare ulteriori ostacoli, spesso legati a una progettazione dei servizi non sempre inclusiva o centrata sull’utente. Vi sono poi casi in cui le persone, pur potendo utilizzare i dispositivi, non sanno interpretare le informazioni che ricevono, soprattutto in ambito medico.

Esempi concreti che evidenziano queste criticità sono:

    • Difficoltà nell’uso del Fascicolo Sanitario Elettronico, con problemi di accesso o utilizzo delle funzionalità disponibili
    • Difficoltà nell’interpretazione dei referti digitali, che possono risultare complessi e generare confusione o preoccupazione
    • Disorientamento nella navigazione tra piattaforme regionali diverse, soprattutto per chi ha poca familiarità con la tecnologia o deve utilizzare più sistemi per gestire la propria salute

Percorsi inclusivi per una sanità digitale equa

Possedere dispositivi, dunque, non equivale automaticamente a saperli utilizzare in modo efficace, soprattutto in ambito sanitario. L’alfabetizzazione digitale sanitaria non può quindi essere considerata un aspetto secondario, ma deve diventare parte integrante delle politiche sanitarie e sociali (Sørensen et al., 2012).

In questo processo, il coinvolgimento attivo dei cittadini, in particolare delle persone più fragili, diventa elemento chiave per progettare servizi realmente accessibili e inclusivi. Un percorso condiviso, che coinvolga istituzioni, professionisti sanitari e comunità locali, può contribuire a ridurre le disuguaglianze e migliorare l’efficacia complessiva della sanità digitale.

Ma l’accesso ai servizi rappresenta solo una parte del problema: altrettanto decisiva è la capacità di orientarsi nell’ecosistema informativo della salute.