Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha portato in Italia investimenti straordinari per la trasformazione digitale del Servizio Sanitario Nazionale. Tuttavia, l’Osservatorio Sanità Digitale 2026 del Politecnico di Milano evidenzia che il cammino verso una sanità davvero digitale è lungi dall’essere concluso. L’infrastruttura è pronta, ma la domanda chiave che si pone oggi è: chi ha la competenza tecnica e culturale per sfruttarla? Chi sa utilizzare i dati, interpretarli e farne un valore concreto per il sistema sanitario?

Il PNRR ha destinato circa 15 miliardi di euro alla sanità digitale, un investimento considerevole che ha permesso la costruzione di infrastrutture, di strumenti tecnologici e di standard condivisi. L’obiettivo era ambizioso, ma non è stato sufficiente a cambiare rapidamente un sistema complesso quanto il SSN.

I numeri del gap

L’Osservatorio presenta una fotografia dettagliata del SSN, rivelando che le adozioni sono ancora parziali: la CCE, Cartella Clinica Elettronica, è diffusa nell’82% delle strutture sanitarie, utilizzata da quasi tutti i medici per consultare referti, mentre il CDSS (Clinical Decision Support System), un sistema avanzato che aiuta la decisione clinica in tempo reale, è presente solo nel 24% delle strutture.

Nel frattempo, il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) è noto al 83% degli italiani, ma solo il 42% lo ha mai utilizzato. Un dato rivelatore che dimostra come la conoscenza non sempre si traduca in effettivo utilizzo. I motivi vanno da una mancanza di semplicità nell’accesso fino a una mancanza di integrazione con altre piattaforme di lavoro quotidiane.

La complessità a tre livelli

Alla base c’è la Cartella Clinica Elettronica, il documento digitale di registrazione delle visite, diagnosi e interventi all’interno di ogni struttura. Nei dati dell’osservatorio, il 96% dei medici utilizza questa forma di digitalizzazione per leggere referti. Ma questo livello è solo il primo passo.

Il Fascicolo Sanitario Elettronico è uno strumento di maggiore complessità, perché collega il singolo paziente a tutto il sistema sanitario. È accessibile al paziente, al suo medico di base, agli specialisti. Il passo in più, che arriva dal PNRR, lo ha trasformato da un’archivio statico a uno strumento in grado di alimentare l’Ecosistema Dati Sanitari Nazionale e di permettere l’estrazione di informazioni a fini epidemiologici.

Il CDSS, invece, rappresenta il passo successivo verso un’AI attiva nel sistema. Non si limita a conservare ma inizia a leggere in tempo reale le informazioni per supportare decisioni mediche, segnalare interazioni farmacologiche a rischio, e suggerire percorsi diagnostici. A oggi, però, è presente in solo il 24% delle strutture.

Il problema non è hardware

Un aspetto fondamentale, che l’osservatorio ribadisce più volte, è che il punto non è tecnologico. Lavorare con i dati richiede competenze che non si acquisiscono con l’acquisto di hardware. Si parla di data literacy, data governance, e del riconoscimento del dato come byproduct naturale dell’assistenza.

La data literacy è la capacità delle persone di leggere, interpretare e utilizzare i dati in modo consapevole. Data governance invece indica non solo la strutturazione regolamentare ma anche la capacità di garantire qualità e sicurezza del dato. E per fare questo si passa attraverso processi di pulizia dei dati, di etichettatura e di standardizzazione.

Il dato non è solo un’informazione: è una risorsa che deve essere governata in modo trasparente. Un algoritmo addestrato su dati incompleti o errati può rappresentare un rischio serio per il paziente. Questo spiega l'importanza di costruire un ambiente in cui i dati possano essere gestiti con cura e tracciabilità.

I vantaggi di un sistema in movimento

I vantaggi di una sanità alimentata da dati intelligenti sono concreti. Diagnostiche più rapide, percorsi terapeutici personalizzati, un controllo maggiore sugli errori clinici. Si parla di sistemi sanitari che integrano il Learning Health System, dove l’esperienza clinica quotidiana genera dati, i dati alimentano algoritmi, e questi algoritmi migliorano il sistema decisionale della sanità. Questo ciclo fa dell’osservazione pratica la base per nuove ricerche, che tornano velocemente nella pratica.

I vantaggi non appaiono sempre nei bilanci, ma esistono. Tra i benefici più immediati c’è il sollievo per il professionista sanitario. La digitalizzazione non deve aggiungere complessità, ma semplificare il lavoro quotidiano. Medici e infermieri non hanno bisogno di nuovi schermi o nuovi compiti: hanno bisogno di un supporto alle decisioni che riduca il carico di lavoro manuale.

Le prossime sfide

Per arrivare al modello di Learning Health System avanzato, però, il sistema italiano ha molta strada da percorrere. I dati suggeriscono che i professionisti spesso mancano di strumenti semplici di accesso o di strutturazione che permettano l’uso quotidiano del FSE, ad esempio.

    • Il 52% dei medici specialisti non utilizza il FSE.
    • Il 70% degli infermieri non lo usa.
    • Il 38% dei pazienti che conoscono il FSE non lo utilizza perché trova canali più semplici.
    • Gli utenti in Sicilia mostrano un consenso al FSE del 28%, mentre in Emilia-Romagna si arriva al 94%.

Questi numeri evidenziano un divario tra Nord e Sud, ma non tecnologico. La causa non sono i server o le piattaforme, ma la cultura, la preparazione e la struttura organizzativa. Costruire un sistema digitale avanzato richiede investire in formazione continua, in collaborazione interregionale, e in un approccio sistemico.

Un percorso lento e complesso

Il PNRR ha fornito una base importante che non può essere sprecata. Ma il momento in cui si passa dagli investimenti alle reali capacità di utilizzo è delicato. Non è più questione di risorse finanziarie, ma di capacità umane.

Costruire una sanità digitale matura richiederà anni, forse decenni. Dipenderà da come si costruiscono competenze dentro le strutture sanitarie, da come si gestirà la complessità di un sistema che tocca tante regioni diverse e da come si riuscirà a integrare i dati all’interno di un modello nazionale.

Per raggiungere un sistema sanitario digitale avanzato, l'Italia ha le fondamenta giuste. Ora occorre completare la costruzione, con un focus non più solo su infrastrutture materiale, ma su intelligenza collettiva, cultura delle tecnologie, e una visione a lungo termine.