L’avvento dell’Intelligenza Artificiale (AI) nelle aule scolastiche si presenta come uno tra i grandi cambiamenti del ventunesimo secolo. Tuttavia, non possiamo dimenticare che l’introduzione di queste strumenti digitali non si basa unicamente sull’aggiornamento tecnologico. C’è infatti un aspetto spesso trascurato: l’educazione emotiva. Mentre i ragazzi e le ragazze si rivolgono alle chatbot per consigli e supporto emotivo, la formazione scolastica italiana fatica a insegnare come gestire le emozioni.

L’allerta su questo tema emerge con forza dopo l’annuncio del Ministero dell’Istruzione italiano: entro breve saranno introdotte nelle scuole le linee guida sull’utilizzo dell’AI nella didattica. Sembra un passo decisivo verso un’educazione moderna, ma si corre il rischio di trasformare i nuovi strumenti tecnologici in un sostituto umano, quando invece la scuola ha bisogno di tornare a una relazione educativa più profonda.

La sottrazione umana e la soluzione tecnologica?

I dati di recenti studi confermano che ormai un numero crescente di adolescenti utilizza chatbot per parlare di emozioni, problemi personali e anche depressione. Questo fenomeno dimostra una profonda insoddisfazione nei rapporti umani, ma è anche un campanello d’allarme: la scuola non è in grado di fornire a sufficienza quel tipo di supporto emotivo che i ragazzi cercano.

Secondo uno studio realizzato nel 2023 da un’istituzione italiana in collaborazione con il Miur, il 43% dei liceali intervistati aveva utilizzato un assistente virtuale per problemi emotivi. Il 60% di loro ha dichiarato che preferisce parlare con una ia perché “non si sente giudicato”. La tecnologia sta quindi colmando una lacuna che la scuola non riesce a gestire con efficacia.

Educare alle emozioni: un passo indispensabile

Educare alle emozioni non vuol dire solo insegnare a riconoscerle, ma a riconoscerne il valore e saperle esprimere in modo costruttivo. Tutto ciò è fondamentale per sviluppare una società più empatica, consapevole e preparata al cambiamento. In diversi Paesi europei, tra cui la Finlandia e la Svezia, l’educazione emotiva è parte strutturale del curriculum scolastico da anni.

    • In Finlandia, i ragazzi imparano a comunicare le emozioni a partire da 5 anni
    • Nella Svezia, la scuola media è dotata di un modulo specifico su autostima ed empatia
    • In Irlanda, i professori seguono corsi specifici sull’educazione emotiva

Perché il ritardo italiano?

In Italia, l’educazione al senso di comunità e alle emozioni è presente in via sperimentale in alcune scuole, ma non è strutturata nè diffusa né seguita da un piano nazionale di formazione docente. Mancano finanziamenti, formazione e strategie chiare.

I dirigenti scolastici e il ministero si trovano spesso bloccati da contraddizioni di bilancio e mancanza di volontà politica. Anche quando si cerca di introdurre nuovi strumenti, come le chatbot, la scuola corre il rischio di adottarli senza una valutazione approfondita sui possibili effetti a lungo termine.

Che cosa si potrebbe fare?

Primo intervento: un piano formativo dedicato agli insegnanti per introdurre l’educazione emotiva nella didattica ordinaria. Secondo intervento: sperimentare un modello in cui l’AI supporta l’insegnante, non lo sostituisce. Terzo intervento: creare momenti di scuola non accademica (come i laboratori emotivi) dove i ragazzi possano esprimersi liberamente.

La tecnologia non risolve il problema… lo evidenzia

L’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nella scuola non è in sé un male: anzi, può offrire strumenti nuovi e interessanti. Ma è necessario non perdere di vista l’obiettivo principale dell’educazione: formare persone adulte, capaci di relazionarsi in modo sano e costruttivo con il mondo. Insegnare alle emozioni non è un obiettivo scontato, ma è uno dei compiti più rilevanti di una scuola consapevole.

Più che introdurre chatbot e algoritmi, serve riscoprire l’educazione al contatto umano. E in questo, come spesso accade, la tecnologia non è la soluzione, ma il riflesso di ciò che manca.