Per anni, la menopausia è stata relegata nel proprio spazio privato, spesso ignorata nelle consulte mediche. Di fronte a un vuoto informativo, molte donne hanno trovato in internet il loro principale punto di riferimento. Ma i contenuti che ritorna oggi la rete sono profondamente cambiati: sempre più spesso, l’informazione è contaminata da motivazioni commerciali.

Un recente studio pubblicato su JAMA ha fornito dati concreti su questo fenomeno, analizzando i modelli di ricerca di Google Trends negli ultimi vent’anni negli Stati Uniti, Regno Unito e Australia. I ricercatori hanno osservato un aumento compreso tra il 15 e il 20 percento per ricerche associate a prodotti o servizi vendibili. Si è evidenziato che internet, oltre ad essere uno spazio per interrogare i sintomi, è ormai diventato un’enorme vetrina di soluzioni a pagamento.

In Xataka, si è parlato già in precedenza di una tendenza in crescita: sempre più donne "gamificano" la menopausia, usando applicazioni per tracciare i propri sintomi e gestire il periodo con strumenti digitali. Tuttavia, questa evoluzione non avviene senza problematiche.

Il sistema sanitario non accompagna le donne

Secondo Nuria Marín, esperta in menopausia, questo cambiamento nei motori di ricerca non nasce a caso, e riflette una realtà allarmante: il sistema sanitario tradizionale non riesce a rispondere alle esigenze essenziali delle donne. Le donne scelgono di cercare online informazioni perché durante le normali consulte non riescono sempre a trovare il tempo necessario, un approccio specializzato o un’assistenza completa.

Nonostante JAMA pubblichi uno studio altamente segnalato, Marín sottolinea però una sua limitazione fondamentale: i dati di Google Trends non forniscono informazioni specifiche sull’età, il sesso biologico o lo stato menopausale delle persone che effettuano le ricerche. Questo rende impossibile stabilire relazioni dirette di causa ed effetto sul piano clinico.

Un problema di desinformazione

Quando si cerca informazione sulla propria salute online, il problema più grave non sta in ciò che si cerca, ma in ciò che si trova. Gli algoritmi privilegiano contenuti che generano profitto, piuttosto che informazioni rigorose. Quando una donna cerca su internet informazioni sulla menopausia, di fatto entra in un ecosistema digitale pieno di interessi convergenti verso la promozione di prodotti.

Uno studio del 2025 pubblicato su BMJ ha rivelato che il 77,2% del contenuto online riguardante la terapia ormonale sostitutiva presentava conflitti d’interesse. Ancora più grave è il fatto che il 67,2% delle affermazioni mediche su questi siti si opponeva direttamente alle linee guida ufficiali basate sull’evidenza scientifica.

Una ulteriore analisi ha messo in luce che solo il 35% dei siti web trattanti la menopausia aveva una certificazione sanitaria di qualità, mentre più della metà di essi richiedevano un livello di comprensione linguistica molto al di sopra di quanto consigliato per l’informazione medica.

La parte positiva

Non tutto il panorama digitale è negativo. Esistono strumenti tecnologici, quando progettati sulla base dell’evidenza scientifica e non dell’aggressiva promozione commerciale, che possono costituire un grande sostegno per le donne. Per esempio, applicazioni mobile pensate per tracciare i sintomi menopausali aiutano le donne a capire meglio e organizzare le loro esperienze quotidiane.

L’obiettivo adesso è dunque favorire il più possibile l’accesso a questi strumenti e contemporaneamente combattere lo stigma sociale intorno alla menopausia. Solo con un supporto informativo reale e un sistema sanitario più inclusivo si potrà rispondere a un’esigenza reale e crescente.