Introduzione al ritiro sociale dei giovani
Nel dibattito pubblico la crescita dell’isolamento giovanile è spesso attribuita alla digitalizzazione. Si parla di “giovani insieme ma soli”, una frase coniata da Sherry Turkle per descrivere la condizione di connessione costante senza legami affettivi profondi. Tuttavia, questa generalizzazione nasconde due fenomeni distinti: i NEET (Not in Education, Employment or Training) e gli hikikomori, che pur condividendo l’allontanamento dal mondo esterno, differiscono per cause, durata e modalità di relazione.
Definizioni operative
Secondo la letteratura psicoanalitica, i NEET sono giovani che non sono inseriti in percorsi scolastici, formativi o lavorativi. La loro inattività è spesso accompagnata da disagio, vergogna e una percezione di inadeguatezza rispetto alle aspettative sociali. Gli hikikomori, termine giapponese ormai adottato in italiano, indicano una condizione più estrema: isolamento prolungato nella propria abitazione, con contatti sociali limitati quasi esclusivamente a mezzo digitale.
Dati sull’isolamento adolescenziale: lo studio Abele Onlus 2021
Il Gruppo Abele Onlus di Torino, in collaborazione con l’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR, ha analizzato 12 237 questionari nel 2021, concentrandosi su studenti tra i 15 e i 25 anni. I risultati più significativi sono:
- Il 9 % degli studenti ha vissuto almeno sei mesi chiuso in casa, uscendo solo per andare a scuola.
- Il dato sale all’11 % tra i maschi.
- Le attività predominanti sono: ascolto di musica, videogioco, utilizzo intensivo dei social network e sonno prolungato.
- I maschi mantengono occasionali contatti telefonici o in videochiamata; le ragazze prediligono l’interazione sui social.
- Circa il 20 % non ha provato a conservare contatti con coetanei, citando “non sentirsi capiti” e ansia da socializzazione, anche da remoto.
Questi numeri mostrano che l’isolamento non è solo una conseguenza della pandemia, ma una tendenza preesistente amplificata dalla disponibilità digitale.
Aggiornamenti CNR 2026: il fenomeno in evoluzione
Nel rapporto “Relazione Annuale al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze” del giugno 2026, il CNR ha fornito ulteriori dati:
- 1,7 % degli studenti (circa 44 000 giovani) si autodefinisce hikikomori, con isolamento continuativo di almeno sei mesi.
- Altri 67 000 studenti hanno sperimentato fasi più brevi di ritiro sociale, indicando un potenziale rischio di evoluzione verso NEET o hikikomori.
Questi risultati suggeriscono una continuità tra le due categorie: gli hikikomori possono rappresentare un sottogruppo estremo dei NEET.
Il panorama nazionale dei NEET
Secondo i dati ISTAT del 2025, i giovani NEET in Italia costituiscono il 13 % della popolazione giovanile, leggermente inferiore all’anno precedente ma ancora superiore alla media europea dell’11 %. Le regioni con le percentuali più alte sono Romania, Bulgaria e Grecia; l’Italia si colloca al quarto posto. A livello locale, le città italiane con le più alte percentuali di NEET sono:
- Catania: 35 % della popolazione giovanile.
- Palermo e Napoli, con valori rispettivamente intorno al 30 %.
Una correlazione forte emerge con l’abbandono scolastico: la mancanza di un diploma o di un attestato professionalizzante è uno dei principali fattori predisponenti alla condizione NEET. È importante notare che molti giovani in questa fascia svolgono attività informali, come lavoro in bar, pizzerie o babysitting, spesso senza contratti regolari.
Quantificare gli hikikomori in Italia
Stabilire con precisione la prevalenza degli hikikomori è più complesso. L’Associazione Hikikomori Italia, guidata da Marco Crepaldi, stima che tra i 15 e i 30 anni vi siano circa 200 000 giovani (2 % della popolazione) che rientrano nella definizione di hikikomori. La distribuzione di genere è cambiata negli ultimi anni:
- Nel passato, il fenomeno era quasi esclusivamente maschile (87 % di maschi).
- Oggi, le ragazze rappresentano circa il 20 % dei casi.
Questa evoluzione suggerisce che il fenomeno non è più legato a stereotipi di genere, ma risponde a dinamiche più ampie di ansia sociale e dipendenza digitale.
Confronto tra NEET e hikikomori
Pur condividendo l’assenza di impegni scolastici o lavorativi, i due gruppi differiscono per:
- Durata dell’isolamento: i NEET possono alternare periodi di inattività a tentativi di reinserimento; gli hikikomori mantengono un isolamento prolungato e quasi totale.
- Percezione di sofferenza: i NEET spesso riconoscono il disagio, provano vergogna e cercano di tornare a scuola o al lavoro; gli hikikomori tendono a negare la sofferenza, evitando di chiedere aiuto.
- Motivazione al contatto: i NEET sono più propensi a rispondere a chiamate o colloqui di lavoro, anche se con difficoltà; gli hikikomori limitano i contatti a comunicazioni digitali sporadiche o a nessuno.
Queste differenze hanno implicazioni cliniche: i NEET mostrano una maggiore propensione a richiedere interventi psicologici, mentre gli hikikomori spesso rifiutano il trattamento, rendendo più difficile la diagnosi precoce.
Le radici psicopatologiche dell’isolamento
Secondo la prospettiva psicoanalitica contemporanea, l’estrema carenza di legami sociali e affettivi è indice di potenziali psicopatologie. Quando un giovane non è inserito in alcun contesto familiare, di coppia, di amicizia o di formazione, è probabile che emergano disagi psichici significativi. Tuttavia, la semplice etichettatura come “hikikomori” o “NEET” non è sufficiente a spiegare la complessità del disagio; è necessario un approccio individualizzato che consideri la storia personale, le esperienze di trauma e le dinamiche familiari.
Strategie di intervento e prospettive future
Per affrontare efficacemente il fenomeno è fondamentale differenziare le due categorie fin dall’inizio:
- Per i NEET si raccomandano percorsi di reinserimento
