Le ossa conservate in un museo per 70 anni non sono di un mammut. Questa scoperta, recentemente pubblicata, ha sconvolto il mondo scientifico: ciò che si credeva fosse un esempio unico di mammut lanoso risalente al tardo Olocene si è rivelato essere di due balene. Questo errore, durato decenni, ha portato gli esperti a rivalutare i dati esistenti e a ripensare la presenza di mammut in un’area del nord dell’Alaska.

La scoperta iniziale

Le ossa in questione furono ritrovate nel 1951 da un archeologo chiamato Otto Geist. Queste furono sepolte e conservate al Museum of the North dell’Università dell’Alaska per oltre 70 anni. Nelle prime analisi, gli esperti, esaminando posizione e aspetto, conclusero che appartenessero proprio a un mammut lanoso, un animale che si credeva estinto da molto tempo. Quella scoperta, però, ha recentemente subìto una completa revisione.

La datazione al radiocarbonio mette in dubbio l’identità

Alla fine del 2020, un team di ricerca coordinato da Matthew Wooller, biogeochimico dell'Università dell’Alaska Fairbanks, ha esaminato i resti. Sono state effettuate analisi al radiocarbonio, che hanno iniziato a mettere in dubbio che gli esemplari fossero mammut. I risultati indicavano che i fossili erano estremamente recenti, rispetto alla cronologia attesa per l’estinzione di queste creature.

“Il ritrovamento di fossili di mammut risalenti al tardo Olocene nell’entroterra dell’Alaska sarebbe stato un evento straordinario: il fossile di mammut più giovane mai registrato”, ha spiegato Wooller. Se corretti, i dati suggeriscono che le ossa avrebbero solo diverse migliaia di anni, ben inferiori agli ultimi dati basati sull’analisi del DNA antico sedimentario.

Gli isotopi rivelano l’origine marina

Gli analisti hanno scoperto che i campioni contenevano livelli insoliti di isotopi di azoto-15 e carbonio-13, che sono riconoscibili come tracce tipiche della fauna marina. Questo ha portato a concludere che le ossa appartenevano non a un mammut terrestre, ma alla carcassa di due balene. “Questa è stata la prima indicazione che i campioni provenivano probabilmente da un ambiente marino”, ha spiegato il team.

Poiché la Beringia orientale non è mai stata un’area abitata da balene, sorge la domanda di come queste creature siano arrivate nell’entroterra così distante dagli oceani. Wooller ha espresso: “Sebbene le misteriose datazioni al radiocarbonio di questi due esemplari siano state risolte con la scoperta che i presunti fossili di mammut erano in realtà balene, un mistero altrettanto enigmatico è poi venuto alla luce: come mai i resti di due balene risalenti a oltre 1.000 anni fa sono stati ritrovati nell’entroterra dell’Alaska, a più di 400 km dalla costa più vicina?”.

La risposta scientifica e i nuovi dibattiti

Sebbene la questione relativa alla provenienza specifica delle balene non sia ancora completamente risolta, lo studio ha chiarito con chiarezza che i resti non appartenevano in alcun modo agli ultimi mammut. Questa conferma ha permesso di escludere definitivamente questi esemplari dalla lista degli ultimi fossili di mammut esistenti.

Sebbene questa svolta non risolva del tutto l’enigma, l’analisi di questi casi mette in luce l’importanza di una revisione costante delle scoperte archeologiche, soprattutto con l’aiuto di nuove tecnologie e di dati scientifici sempre più precisi.

I futuri sviluppi

    • I ricercatori hanno espresso l’auspicio che le balene trovate siano il primo di una serie di dati inattesi.
    • Altri campioni simili potrebbero esistere, conservati erroneamente come resti di mammut.
    • Una maggiore attenzione alla geoarcheologia potrebbe aprire nuove strade per comprendere non solo le traiettorie migratorie, ma anche la diffusione di resti animali incontrollata in aree remote.

La comunità scientifica riconosce che errori simili si sono verificati in diverse aree dell’archeologia, e questa storia mette ancor più in risalto l’importanza di non dare per scontato il risultato di un ritrovamento: ogni scoperta richiede analisi rigorose e una valutazione continua.