In Cina il rapporto tra lavoro e intelligenza artificiale entra sempre di più nelle aule dei tribunali. Mentre il mercato occupazionale registra dati preoccupanti – con il tasso di disoccupazione dei giovani che tocca il 15,6% –, le corti cinesi stanno chiarendo che l’uso dell’AI non può trasformarsi in un mezzo per licenziare o ridurre salari. Questi sviluppi riflettono il difficile equilibrio tra innovazione, occupazione e stabilità sociale, dove l’obiettivo chiave è il reskilling dei lavoratori, e non la loro sostituzione.
I limiti posti dalle autorità cinesi
Nel corso degli ultimi anni, le corti cinesi hanno espresso una posizione chiara nel controllare come le aziende integrano l’AI nei loro processi produttivi. Le aziende non possono fare ricorso a licenziamenti o a demansionamenti solo per effetto dell’automatizzazione. Questo principio è stato ribadito in diversi tribunali, come in Hangzhou, dove un lavoratore di una fintech è stato risarcito dopo essere stato licenziato in seguito alla sostituzione delle sue mansioni con sistemi di intelligenza artificiale.
Il caso di Zhou
Nel 2026, un uomo pseudonimizzato come Zhou ha visto la sua posizione di supervisore al controllo qualità in una fintech sostituita da sistemi automatizzati. La sua funzione era quella di verificare l’affidabilità dei modelli di intelligenza artificiale, un compito che poco per volta è stato assorbito dalla stessa tecnologia. L’azienda ha proposto una riduzione del salario e una riclassificazione, ma Zhou ha rifiutato e, successivamente, è stato licenziato con l’argomento di una riorganizzazione aziendale.
I tribunali di primo grado e di terzo grado hanno stabilito che tali licenziamenti non potevano considerarsi legittimi. Secondo la sentenza, l’azienda aveva deliberatamente scelto di ridurre il costo del lavoro umano tramite automazione e non di fronte a un cambio sostanziale di condizioni esterne. Alla fine, l’azienda è stata condannata al pagamento di un risarcimento di 260mila yuan.
Precedenti in Cina
Il caso di Zhou non è unico. Già nel 2024, c’è stato un processo simile in Guangzhou su un grafico sostituito da AI. La corte ha ritenuto il licenziamento illegittimo. L’anno successivo, a Beijing, un arbitro ha preso in esame la sostituzione di un mappatore dati con sistemi automatizzati, anch’esso risultando illegittimo. Queste decisioni non solo indicano una posizione chiara da parte delle autorità cinesi, ma anche un interesse a garantire una protezione del lavoratore non meno sostanziale di quella europea.
Che tipo di equilibrio si cerca?
I giudici in Cina tengono conto che l’innovazione tecnologica è cruciale per mantenere la competitività globale del Paese. Tuttavia, l’uso dell’AI non può diventare un pretesto per danneggiare i lavoratori. Un’azienda può riorganizzarsi, certo, può introdurre automazione e modificare processi, ma deve attenersi alle leggi e alle protezioni previste nei contratti di lavoro. Questo significa che, nei casi simili a quello di Zhou, le aziende devono riuscire a dimostrare in modo rigoroso l’effettiva impossibilità di proseguire con il rapporto lavorativo come previsto dalla normativa.
La prospettiva del sinologo Paolo Cacciato
I limiti del modello cinese
“In Cina l’atteggiamento verso l’AI è ambivalente”, afferma Paolo Cacciato, sinologo e nippologo. Da un lato si vedono grandi speranze in termini di innovazione e crescita economica; dall’altro vi è diffusa preoccupazione fra i lavoratori per la scomparsa di mansioni. “L’AI non ruberà tutti i posti di lavoro, ma i lavoratori che non riusciranno a adattarsi rischiano di rimanere indietro,” spiega Cacciato.
Ciò che però distingue il modello cinese da quello occidentale, continua il sinologo, è l’atteggiamento flessibile del sistema verso la gestione della forza lavoro. Le tutele esistono, ma la priorità del governo tende a essere mantenere la competitività globale attraverso l’innovazione. Tuttavia, in un contesto in cui cresce l’attenzione alla stabilità sociale e alla tutela dei diritti economici, la responsabilizzazione delle imprese e lo sviluppo di politiche di reskilling giocano un ruolo sempre più importante.
Riqualificazione come obiettivo
Cacciato sottolinea la strategia cinese di spingere i lavoratori a reinventarsi piuttosto che cercare di proteggere ogni singolo posto di lavoro. Questo approccio risulta pragmatico: se da una parte si promuove l’uso di AI, robotica e automazione come motori dell’economia, dall'altra si comprende il rischio di tensioni sociali se la transizione non è gestita correttamente.
Un equilibrio politico e sociale
“In Cina il lavoro non è soltanto una questione economica,” aggiunge Cacciato. “È anche un fattore di stabilità sociale. Il governo incoraggia lo sviluppo dell’AI, visto come strumento per la leadership globali, ma allo stesso tempo evita che possa scatenare grandi disoccupazioni o malcontento. Si cerca quindi un equilibrio tra innovazione, controllo dello stato e protezione della forza lavoro,” conclude.
Le implicazioni per le aziende
Le sentenze su Zhou e su altri lavoratori evidenziano un chiaro messaggio per le aziende: l’automazione non è una scusa per abbandonare i doveri contrattuali o per ridurre diritti lavorativi. Le aziende cinesi, quindi, devono imparare a gestire il cambiamento tecnologico con equilibrio. Il rischio di una transizione troppo veloce potrebbe causare tensioni interne e legali. Investire in training e in un contesto di continuità per i propri dipendenti potrebbe essere la chiave per rimettersi in gioco in un mercato sempre più competitivo e dinamico.
