Se c’è una cosa che dà soddisfazione a molti, è il processo stesso dell’acquisto online. La ricerca, la selezione, l’aggiunta al carrello: il piacere sta spesso nel procedimento in sé, più che nel possesso finale del bene. E se il momento della consegna non è nemmeno l’obiettivo ultimo, se non hai nemmeno i fondi necessari per concludere l’acquisto o semplicemente preferisci goderti lo spettacolo senza spendere, allora cosa fai? Il futuro si può immaginare. I giovani di Corea del Sud lo hanno capito bene.

Perché i giovani coreani non possono permettersi il delivery

Nel contesto economico attuale, la Generazione Z coreana si trova in una posizione delicata. Il costo della vita, l’indebitamento educativo e la sempre più alta precarizzazione del mercato del lavoro stanno costringendo molti a rinunciare ai comfort più basilari. Gli stipendi sono sempre più bassi e l’occupazione, specialmente fuori dalle grandi aziende e dal settore pubblico, è instabile. In Corea, il problema è tanto noto da aver ricevuto persino un nome: la Generazione Sampo.

    • Generazione Sampo: Il termine indica le tre rinunce forzate della youth coreana: l’amore, il matrimonio, e la vita familiare.
    • La percentuale di giovani che vivono abitazioni precarie è salita al 11,5% nel 2023.
    • Secondo uno studio del Bank of Korea, ogni anno senza lavoro riduce i salari futuri di circa il 6,7%.

Ma mentre il conto in banca non permette grandi spese, i cervelli dei giovani non smettono di richiedere gratificazione. Il risultato? Hanno creato app specifiche per riceverla in modo virtuale.

Che cosa sono le “dopamine apps”?

Ecco dove entra in gioco il concetto di “dopamine app” – applicazioni non commerciali che non vendono nulla, ma simulano il processo d’acquisto per dare comunque un sollievo psicologico. Queste app hanno due principali forme:

    • Apps di delivery finto: Si consulta un menù, si aggiungono articoli, si valutano i tempi di consegna e si leggono recensioni – ma mai si completa l’acquisto.
    • Apps di smoking room virtuali: Spazi digitali dove si fumano sigarette virtuali con altri utenti. Anche qui, si condivide un momento sociale finto, ma realistico.

Queste app non richiedono niente se non un po’ di tempo e una connessione internet, ma sono state progettate per fornire un senso di appagamento. Il meccanismo sfrutta il principio neuropsicologico che riconosce la dopamina come un’emozione legata alla ricerca del piacere che si attiva non tanto in risposta al “premio”, quanto in fase di ricerca.

Il legame con il Muk-Bang

I coreani hanno da tempo una tradizione legata all’osservazione del cibo: il Muk-Bang. Gli spettatori godono della visione di grandi porzioni mangiate da persone che conoscono o no, come una forma di sollievo vicario. Ora, con le dopamine app si va un passo oltre: non si osserva semplicemente, si partecipa ad una scena simulata, con l’illusione d’aver scelto qualcosa, d’aver interagito, d’aver anticipato un beneficio.

In base a cosa funzionano?

Secondo recenti studi, non è necessario consumare il cibo, né fumare una vera sigaretta, per ricevere quel pizzico di soddisfazione. Il cervello reagisce al momento dell’azione, non al risultato finale. La dopamina, infatti, si libera in risposta al processo – la possibilità di godere – non all’evento effettivo. Questo spiega perché gli utenti di queste app, pur non spendendo un centesimo, si sentano soddisfatti e persino in pace con loro stessi.

Gli effetti psicologici e sociali

Queste app sono state ideate come strumento per alleviare le tensioni emotive causate da un sistema economico e sociale che sembra sempre più inaccessibile ai giovani. Tuttavia, non c’è solo lato positivo. Alcuni studi hanno mostrato come l’isolamento digitale aumenti i sentimenti di malinconia tra le giovani generazioni. Queste stesse app cercano di affrontare il problema fornendo una finta interazione sociale.

Un recente studio sull’isolamento degli adulti coreani ha rivelato che:

    • i giovani digital first segnalano livelli di sofferenza significativamente più alti;
    • vedere altri connettersi – anche virtualmente – riduce l’ansia.

Dunque, nonostante le app non risolvano il problema reale, rappresentano una sorta di sollievo momentaneo in un mondo in cui i giovani hanno a che fare con incertezza, indebitamento e frustrazione sociale.

Sono un passo verso il benessere?

La domanda fondamentale qui è: queste app possono davvero migliorare il benessere psicosociale, o sono solo un modo falso per evadere da una realtà difficile? Finora non ci sono dati che dimostrino la diffusione di queste applicazioni né sulla loro efficacia psicologica. Il Korean Times, pur raccogliendo testimonianze e fenomeni, non può fornire statistiche precise sull’uso delle dopamine apps.

Lezioni per il futuro

Il caso delle dopamine app dimostra però una cosa: i giovani sono in grado di prendere in mano le proprie strategie di benessere, anche quando le condizioni esterne non lo permettono. Le applicazioni di questo tipo rappresentano non solo una risposta alla frustrazione del sistema, ma anche un’innovazione psicologica che potrebbe essere adattata anche in altri mercati.

Criticità da non sottovalutare

Il rischio che sorga una dipendenza da queste esperienze simulate non è da escludere. Se la dopamina si attiva al solo pensare di acquistare o interagire socialmente, che succede quando l’esperienza si diventa routine? Alcuni esperti di neuroetica sottolineano che non esiste una soglia precisa che segni quando l’estimolazione neurale si trasforma in abuso.

Alla fine, chi può vincere

Sono tante le cose che queste app non possono risolvere: non aiutano a trovare lavoro, non riducono il debito educativo, né sostituiscono legami autentici. Ma permettono a un gran numero di giovani di sentire che la vita non è persa e che anche in assenza di mezzi si può trovare un po’ di pace. Non è una soluzione economica, ma potrebbe diventare uno strumento sociale importante.

E se il futuro sembra sempre più virtuale, almeno il presente dei giovani coreani si fa un po’ più leggero.