La Commissione europea certifica progressi italiani superiori alla media Ue in gran parte degli indicatori del decennio digitale, ma il quadro resta fragile: competenze ICT insufficienti, trasferimento tecnologico debole, divari territoriali e fine del PNRR rischiano di rallentare la transizione.

Un buon risultato ma non sufficiente

Fa bene il governo e in particolare il sottosegretario Alessio Butti a rivendicare (anche a Telco per l’Italia 2026) i buoni risultati certificati dalla Commissione europea nella sua quarta relazione sullo stato del decennio digitale 2026, pubblicata a metà giugno.

Anche se vanno evidenziate almeno tre criticità che continuano a frenare la transizione digitale italiana e che sono stateaggredite solo in piccola parte, le scarse competenze, il basso livello di trasferimento tecnologico e il digital divide territoriale, e un fattore di rischio che pesa come un macigno, la fine ormai prossima del PNRR, che ha permesso di destinare risorse pubbliche enormi al digitale nonostante l’elevato indebitamento pubblico.

Un risultato positivo, ma fragile

Se molte volte lo scrutinio annuale svolto dalla Commissione europea sulle performance nazionali in materia di infrastrutture e servizi di nuova generazione ha provocato forti mal di pancia a Roma, stavolta lo studente italiano può legittimamente gonfiarsi il petto. Anche se solo il tempo, con le prossime pagelle, ci potrà dire se si tratta di un'illusione passeggera o di un cambio di passo strutturale.

Su 14 indicatori chiave, l’Italia mostra infatti un progresso maggiore della media europea in ben 11 di questi rispetto ai valori dell’anno precedente. In alcuni casi, il passo di marcia è addirittura più che doppio, come nella copertura delle reti tlc ad altissima capacità (+9,6% vs. +3,7%), nella diffusione dell’intelligenza artificiale nelle imprese (+100% vs. +48%) nonché in quella correlata dell’analisi dei dati (+26,7% vs. +9,5%) e perfino nelle competenze digitali di base, da sempre uno dei principali talloni d’Achille della digitalizzazione all’italiana (+8,9% vs. +4,3%).

Naturalmente più ancora dei progressi conta il livello di preparazione. E se parti da un’insufficienza o da una sufficienza a malapena raggiunta poco importa se migliori di più del primo della classe che andava così bene che ha pochi o nulli margini di miglioramento. Ma dato che negli anni precedenti questi progressi in media non venivano osservati è giusto sottolineare la performance di quest’ultimo anno (che in realtà corrisponde al 2025, visto il ritardo fisiologico nella raccolta delle statistiche ufficiali).

Qualche vantaggio iniziale

Peraltro, in alcuni indicatori nei quali siamo migliorati di più rispetto al resto dell’Europa avevamo già (rari) voti migliori rispetto al resto della classe, come nell’uso del cloud da parte delle imprese (arrivato al 68,1% contro il 46,7% della media UE), nell’accesso alle cartelle cliniche elettroniche (dove abbiamo raggiunto l’89,9% contro l’86,5%) e nei servizi pubblici digitali per i cittadini (con l’86,1% contro l’84,6%).

I punti di debolezza emersi

Segnano invece il passo, rispetto all’anno precedente, i servizi pubblici digitali, la copertura di base del 5G (che rimane comunque più elevata della media europea e vicina al 100%, anche se l’Italia più ancora del resto d’Europa fa molto male sul 5G più performante, quello stand alone, non rilevato tra gli indicatori utilizzati dalla Commissione europea) e, dato decisamente più preoccupante, la percentuale di specialisti nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Sulle competenze specializzate ICT l’Italia compie addirittura il passo del gambero, retrocedendo dal 4% al 3,8% del totale degli occupati, allontanandosi ulteriormente dall’obiettivo al 2030 che per il nostro Paese sarebbe raggiungere l’8,4% (target peraltro rivisto al rialzo nella revisione effettuata nel 2025). Una montagna che appare impossibile da scalare nei prossimi anni.

Non che nel resto d’Europa vada molto meglio, considerando che il target medio 2030 è intorno al 10% e nell’ultimo anno ci si è avvicinati solo di un decimo, arrivando appena alla soglia del 5% ma a fronte della rivoluzione tecnologica attuale sarebbe assurdo trincerarsi nel mal comune mezzo gaudio che pure trova molti proseliti alle nostre latitudini. Soprattutto perché i soliti Paesi nordici (ma non solo) fanno molto meglio, solo per rimanere al nostro continente, laddove però la competizione globale dovrebbe costringerci ad allargare la prospettiva.

L’acquisizione di competenze di base

Sono invece da registrare i progressi sulle competenze digitali di base, nelle quali l’Italia passa dal 45,8% al 54,3% di cittadini che ne sono in possesso, incremento che ci avvicina alla media europea (60,4%), pur rimanendone ancora a distanza. Un ritardo che finisce per penalizzare anche altri indicatori, come ad esempio l’adozione dell’intelligenza artificiale.

Tra le aziende che non la utilizzano ancora, l’ostacolo principale dichiarato è proprio la mancanza di competenze (citata dal 58,6% delle imprese intervistate contro il 47,3% che fa riferimento all’incertezza normativa e il 45,2% a dati insufficienti o di scarsa qualità). Ma se almeno a livello di aziende nell’ultimo anno di rilevazione abbiamo ridotto il gap rispetto all’Europa, le cose vanno peggio se si guarda l’uso individuale dell’IA generativa, che non va oltre il 19,86% delle persone contro una media UE del 32,66%. E le cose vanno in proporzione ancora peggio se si guarda agli usi professionali, che interessano nel nostro Paese solo l’8% degli italiani, poco più della metà della pur bassa media europea (15,36%).

Il problema del trasferimento tecnologico

Un altro fattore di debolezza ampiamente noto e che solo marginalmente è stato aggredito negli ultimi anni, nonostante siano state messe in campo una serie di azioni, è lo scarso trasferimento tecnologico. Evidenziato su un indicatore su tutti tra quelli che compongono la pagella europea, cioè il numero degli unicorni, cioè le startup non ancora quotate con valutazione finanziaria di almeno un miliardo di dollari.

Dove l’Italia fa ancora decisamente peggio della media europea, pur estremamente bassa rispetto a Stati Uniti e Cina in valore assoluto e a Israele e Reg