I chatbot di intelligenza artificiale generativa sono entrati nella quotidianità degli italiani più digitalizzati, ma una persona su due non ha mai ricevuto formazione sull’IA. Emerge un netto divario di genere: tra i non utenti, quasi due terzi sono donne.

In Italia l’adozione dell’intelligenza artificiale generativa corre più veloce della capacità di capirla: un nuevo studio rivela come chatbot e GenAI si siano già insediati nella vita quotidiana di milioni di persone, mentre la consapevolezza dei rischi resta bassa e il divario tra chi è dentro e chi è fuori si fa sempre più netto.

Un progresso rapido in un Paese con competenze digitali fragili

Si diffonde in fretta, ma in un Paese dove sola la metà dei cittadini ha competenze digitali di base. E tra chi non usa i chatbot, le donne sono la maggioranza. In pochi anni, i chatbot di intelligenza artificiale generativa sono passati da curiosità per addetti ai lavori a compagni silenziosi di studio, lavoro e vita quotidiana.Scrivono email, riassumono documenti, spiegano concetti difficili, suggeriscono itinerari di viaggio o diete personalizzate.

E in Italia, come altrove, sempre più persone li usano senza quasi accorgersene. Un nuovo studio condotto da un gruppo di ricercatrici e ricercatori italiani e europei fotografa per la prima volta in modo sistematico questo fenomeno nel nostro Paese. Il sondaggio, realizzato tra maggio e agosto 2025, ha coinvolto 1.906 persone di lingua italiana e ha analizzato non solo quanto e come vengano usati i chatbot, ma anche quanto gli utenti ne comprendano limiti e rischi, con un’attenzione particolare alle differenze di genere.

Competenze digitali al di sotto della media europea

La fotografia si inserisce in un contesto noto: l’Italia resta una delle nazioni europee con i livelli più bassi di competenze digitali di base. Nel 2025 solo il 45–46% degli italiani tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali almeno di livello base, contro una media europea che supera di diversi punti percentuali questo valore. In altre parole, quasi metà del Paese fatica ancora con strumenti fondamentali come posta elettronica, servizi online e gestione dei dati, mentre una nuova generazione di tecnologie basate sull’IA entra prepotentemente nella vita di chi è più connesso.

Chatbot preferiti agli assistenti vocali

Lo studio mostra che, tra gli utenti più digitalizzati, i chatbot di IA generativa hanno già superato in popolarità strumenti che sembravano consolidati, come gli assistenti vocali dei telefoni e degli smart speaker.

Molti intervistati raccontano di usare i chatbot per cercare informazioni, scrivere testi, tradurre, riorganizzare appunti, in alcuni casi anche per farsi aiutare a prendere decisioni pratiche. Una quota significativa dice di aver iniziato a sostituire almeno in parte i motori di ricerca tradizionali con le risposte generate dall’IA, una tendenza che potrebbe rafforzarsi con l’arrivo dei “riassunti intelligenti” in cima ai risultati di ricerca.

Comodità e utilità, sì. Conoscenze, no.

Ma qui si apre il primo paradosso messo in luce dallo studio: usiamo moltissimo questi strumenti non perché li riteniamo più accurati o affidabili, bensì perché sono comodi, versatili, sempre disponibili. La scelta della GenAI è guidata dalla facilità d’uso e dalla capacità di passare con la stessa interfaccia dallo studio al lavoro, dal tempo libero alla vita privata. Il problema è che questa comodità spesso non si accompagna a una comprensione minima del funzionamento dei modelli, dei loro limiti strutturali e dei rischi di errore.

Su questo punto i dati sono netti. Una persona su due, tra i partecipanti alla ricerca, non ha mai ricevuto alcuna formazione – né formale né informale – sull’intelligenza artificiale, e la maggioranza dichiara di non sentirsi sicura di saper riconoscere errori o contenuti fuorvianti generati dai chatbot. La cosiddetta “alfabetizzazione all’IA” si rivela bassa anche tra utenti frequenti e istruiti: molti non sono in grado di distinguere in modo affidabile un testo scritto da un essere umano da uno prodotto automaticamente, né di descrivere con precisione che tipo di dati vengano usati per addestrare questi sistemi.

Pensiero critico non sempre applicato

La distanza tra uso e comprensione emerge ancora più chiaramente guardando alle attività per cui la GenAI viene impiegata. Nel campione compaiono richieste di consigli medici, verifiche di fatti e notizie, ricerca di informazioni sensibili, compiti che richiederebbero un alto livello di controllo critico.

Questa tendenza risulta particolarmente diffusa tra gli utenti più anziani, che hanno in media le competenze digitali più fragili e che rischiano di essere più esposti a errori e disinformazione.

Un frattura di genere

Accanto a questo squilibrio generale, lo studio mette in luce una frattura di genere meno visibile ma altrettanto significativa: la diffusa underrepresentation delle donne. Pur in un campione bilanciato tra uomini e donne, i chatbot di IA generativa risultano usati di più dagli uomini, sia in termini di adozione sia di frequenza.

    • Tra chi utilizza la GenAI gli uomini sono la maggioranza relativa
    • Tra i non utenti, le donne rappresentano quasi due terzi del totale
    • Un divario di partenza che potrebbe amplificarsi nel tempo

Il divario non si allarga solo per sesso

Questo divario non è uniforme e tende ad ampliarsi con l’età. Nelle fasce più anziane della popolazione, la quota di donne che non usano i chatbot cresce sensibilmente, suggerendo che l’arrivo della GenAI non sta colmando le disuguaglianze preesistenti, ma rischia di consolidarle lungo linee generazionali e di genere.

Un divario anche nell’approccio all’IA

Il quadro è tanto più preoccupante se si considera che il campione analizzato è composto in buona parte da persone con istruzione medio-alta, cioè da un segmento relativamente privilegiato rispetto alla media italiana.

Una spiegazione semplice potrebbe essere:

    • Le donne usano meno l’IA perché hanno meno competenze digitali
  • In Italia, infatti, gli indici europei mostrano ancora differenze tra