Il compromesso UE sul Digital Omnibus rinvia le scadenze più delicate dell’AI Act, punta sugli standard tecnici e rafforza l’AI Office. Sullo sfondo restano il divario con USA e Cina, la corsa a data center e gigafactory e la candidatura italiana
Presidente Istituto per la Competitività (I-Com) e co-founder Techno Polis
Nel discorso di Mario Draghi ad Aquisgrana, dove ha ricevuto il premio Carlo Magno davanti alle principali istituzioni europee, molti passaggi si sono concentrati sull’intelligenza artificiale. Ha sottolineato che “non è semplicemente un altro strumento digitale da adottare. Richiede una mobilitazione industriale su una scala che non si vede da generazioni”.
Per quanto Draghi non abbia citato esplicitamente la regolamentazione, il rapporto sull’AI ha rappresentato un riferimento importante per il compromesso sul Digital Omnibus. Quest’ultimo è stato concluso tra le istituzioni europee, modificando, chiarendo e posticipando l’applicazione di alcuni aspetti cruciali dell’AI Act, inizialmente proposto dalla Commissione UE nel febbraio 2021.
La situazione in cui ci troviamo oggi è profondamente diversa: l’intelligenza artificiale è ormai parte integrante della vita quotidiana di cittadini e imprese. A confermare questo, c’è il dibattito acceso sull’utilizzo di materiali intimiti non consenzienti prodotti da applicazioni AI che consentono, per esempio, di spogliare virtualmente una persona – pratica inesistente nel 2021 e oggi diffusissima – da cui si è arrivati al compromesso del 6 maggio, che è ancora da ratificare dal Consiglio e dal Parlamento europei.
Malgrado ciò, è da considerare positiva la velocità con cui il compromesso sia stato raggiunto. Cinque mesi in corridoi intricati di potere europei sono un tempo eccezionalmente breve che ha permesso di evitare un’esplosione di complicazioni il 2 agosto, quando molte delle norme più rilevanti dell’AI Act sarebbero entrate in vigore.
Più specificatamente, lo spostamento delle scadenze per le applicazioni ad alto rischio ha permesso alle aziende di disporre di maggior tempo e chiarezza, specie in vista dello sviluppo di standard tecnici non ancora disponibili. Questo ritardo – che raggiunge i due anni per sistemi integrati in prodotti come ascensori e dispositivi ludici – è stato necessario per non far crollare il sistema legislativo di fronte a ritardi tecnici.
Da un punto di vista economico e geopolitico, la gestione degli standard rappresenta un ruolo centrale. Innanzitutto, riduce costi di compliance e incertezza per aziende con catene di valore complesse ed opache, soprattutto quelle che non sono in grado di competere sul piano informativo con i competitor. In secondo luogo, permette all’UE di influenzare a livello globale il processo legislativo sull’AI, contribuendo a un così chiamato effetto “Brussels Effect”.
Il CEN e il CENELEC, i due organismi europei di standardizzazione, sono impegnati nello sviluppo di standard in dieci aree rilevanti: gestione del rischio, governance e qualità del dataset, conservazione dei dati, trasparenza, supervisione umana, accuratezza, robustezza, cyber security, gestione della qualità e valutazione di conformità. Queste aree sono fondamentali per un’applicazione corretta di AI Act, anche se molto complesse da rendere universali a causa dell’evoluzione tecnologica.
I nuovi accordi comprendono anche un miglioramento nella coordinazione tra l’AI Act e le normative di settore, con l’obiettivo di ridurre sovrapposizioni e incertezze. In questa direzione, il rafforzamento dell’AI Office rappresenta un passo avanti considerevole. Inizialmente debole per la sua mancanza di un’unica governance UE, l’ufficio ha ricevuto nuove risorse e un esteso potere di supervisione, tra cui la possibilità di avviare “sandebox”, ossia ambienti di prova per sperimentare tecnologie AI in modo regolamentato.
Le “sandebox” UE rappresentano un’importante opportunità per accelerare lo sviluppo europeo di tecnologie AI. Tuttavia, il ritardo nel completamento delle autorità nazionali ha ritardato ulteriormente il loro utilizzo. Per far avanzare il piano, è fondamentale creare incentivi che spingano i Paesi a investire in infrastrutture e risorse adeguate in un contesto coordinato.
Non si può però pensare che l’AI Act, anche aggiornato, sia sufficiente per incrementare la competitività dell’UE nel settore dell’IA. L’Europa deve mettere sul tavolo più risorse, in parte pubbliche e, soprattutto, private, se vuole mantenere il passo con USA e Cina. Oggi, gli Stati Uniti si sono concentrati sugli investimenti in data center e infrastrutture digitali, una strada che i Paesi europei devono seguire per non rimanere indietro.
Secondo Draghi, gli USA sono su una traiettoria di spesa cinque volte maggiore di quella europea per data center e infrastrutture computazionali entro il 2030. Per fare un esempio concreto, Google dovrebbe investire 175 miliardi di dollari in capacità computazionale entro il 2026, Meta 135 miliardi e OpenAI ben 50 miliardi. Sono cifre inimmaginabili per player europei, il che richiede un raddoppio di iniziative e stanziamenti, soprattutto in infrastrutture e formazione.
