Con l’aumentare dell’adozione dell’intelligenza artificiale (AI), il modo in cui le aziende gestiscono il cambiamento sta cambiando radicalmente. Secondo l’Osservatorio HR Innovation del Politecnico di Milano, le organizzazioni italiane stanno esplorando l’utilizzo dell’AI, ma solo una parte limitata ha messo in atto una visione strategica chiara e un cambio strutturale per affrontare gli impatti tecnologici.

Gli ultimi dati disponibili rivelano che più della metà delle aziende ha iniziato a creare linee guida, policy e processi di sensibilizzazione sull’AI (68% e 56%, rispettivamente). Parallelamente, cresce l’attenzione ai rischi relativi a privacy e sicurezza (56%). Tuttavia, Martina Mauri, direttrice dell’Osservatorio HR Innovation, sottolinea che manca una chiara strategia di impatto e gestione delle competenze.

I fondamenti di un change management basato sull’AI

L’integrazione dell’AI richiede non solo una gestione continua del cambiamento, ma anche una comprensione di come essa trasforma completamente il contesto organizzativo. L’AI modifica i ruoli tradizionali, introduce nuove responsabilità e pone interrogativi sull'acquisizione e la conservazione del know-how aziendale.

Uno degli aspetti cruciali, secondo Mauri, è che “il change management non può più concentrarsi su singoli progetti, come negli anni precedenti, ma deve diventare un elemento strutturale e continuo. La formazione continua e l’aumento delle competenze sono due aspetti che potranno diventare centrali, specialmente nella gestione di team ibridi, composti da individui e macchine, e nella collaborazione tra generazioni attraverso l’insegnamento reciproco (reverse mentoring).”

Il cambiamento è costante

Una caratteristica distintiva del change management al tempo dell’AI è la sua natura dinamica. Gli strumenti tecnologici si evolvono in fretta, i casi d’uso si moltiplicano, e l’impatto sull’organizzazione non si ferma. Mauri osserva che il passo della trasformazione non è sempre seguito da un miglioramento della maturità strategica dell’organizzazione.

Un rischio di crescita insostenibile

Pur essendoci un aumento significativo delle iniziative legate all’AI, il risultato non è necessariamente proporzionale. “L’impegno di sperimentazione non implica necessariamente una consapevolezza strutturata del contesto in cui si muove l’AI né una capacità di misurazione del cambiamento prodotto,” spiega l’esperta. Solo il 25% delle aziende ha integrato l’AI in una visione strategica complessiva, mentre una percentuale simile ha lanciato iniziative isolate.

Questo approccio frammentato si traduce in un tasso di successo delle attività di cambiamento significativamente inferiore. “Le difficoltà riguardano non tanto l’adozione tecnologica, quanto la progettazione e la gestione culturale e manageriale,” continua l’analista. Tante organizzazioni non riuscono nemmeno a misurare correttamente il risultato delle loro iniziative.

Formazione come strumento chiave

Le aziende più efficaci non trattano l’AI come un semplice aggiornamento tecnologico, bensì come un percorso continuo di apprendimento organizzativo. La sperimentazione controllata permette di ridurre l’incertezza, testare casi d’uso e accompagnare gradualmente il personale nel cambiamento. Mauri presenta alcuni elementi comune ai progetti di successo:

    • Un piano strategico chiaro e ben definito;
    • Un’analisi dettagliata degli impatti futuri;
    • Pianificazione formale e supporti organizzativi;
    • Formazione del personale mirata alle competenze richieste;
    • Valutazione continua del successo e dell’efficacia.

La formazione, dunque, si colloca al cuore del cambiamento, non solo per i manager, ma per l’intera forza lavoro. Non si tratta di insegnare solo a utilizzare i nuovi strumenti tecnologici, ma di preparare i lavoratori a operare all’interno di ecosistemi ibridi dove macchine e persone collaborano come membri di un team.

E i ruoli tradizionali?

L’applicazione diffusa di sistemi intelligenti potrebbe portare alla nascita di nuovi ruoli gestionali, in grado di coordinare gruppi di lavoro composto sia da esseri umani che da agenti autonomi. Non è un cambiamento ipotetico: l’evoluzione di questi sistemi potrebbe velocizzare l’assegnazione alle macchine di compiti sempre più complessi.

“I lavoratori devono aggiornare le proprie competenze e il proprio approccio verso il lavoro. I miglioramenti in termini di performance dei sistemi intelligenti comporteranno sempre di più la delega di decisioni e processi complessi alle macchine,” aggiunge Mauri. Il rischio, però, è di limitare il contributo umano a puro monitoraggio e controllo.

Una sfida per i manager

Il cambiamento tecnologico sta mettendo a rischio una figura tradizionale come il manager. Con la crescente autonomia dei sistemi operativi intelligenti, e il passaggio a modelli organizzativi “piatti”, i ruoli gerarchici tradizionali potrebbero scomparire.

“Nei prossimi anni è molto probabile che il manager non sarà più un superiore gerarchico, bensì una figura specializzata nella gestione di persone e sistemi intelligenti.” Il suo ruolo richiederà un’abilità diversa, volta all’armonizzazione di competenze umane e tecnologiche.

Un piano di riqualificazione strutturale

Il problema principale risiede in un’indisponibilità a rivedere i ruoli esistenti. La rigidità del mercato del lavoro italiano, combinata a un sistema di formazione non sufficientemente flessibile, costituisce un ostacolo.

Secondo l’Osservatorio HR Innovation, circa un’organizzazione su due prevede di riallocare o riqualificare almeno il 5% dei propri lavoratori nel prossimo futuro. Tuttavia, solo il 15% delle aziende dichiara di avere le competenze necessarie per gestire questa trasformazione. Inoltre, i nuovi entranti nel mercato del lavoro dovranno confrontarsi con un ambiente in cui le mansioni sono particolarmente esposte al rischio di automazione.

Conclusioni

L’intelligenza artificiale non è solo una tecnologia da incorporare: è un fenomeno che richiede una prospettiva strategica. Per le aziende italiane, il vero punto di svolta non sta nel numero di iniziative avviate, bensì nella capacità di trasformarle in cambiamenti strutturali, misurabili e sostenibili a lungo termine.