Il caso Guo Degang a Wuhan
Il 24 luglio 2026, durante uno spettacolo a Wuhan, Guo Degang, 53 anni, il comico di crosstalk più popolare in Cina, ha modificato “Playing My Beloved Pipa”, una canzone della tradizione rivoluzionaria scritta per il film del 1956 “La guerriglia della ferrovia”. Il cambiamento ha sostituito il riferimento al lago Weishan con la Città Proibita, antica sede della leadership cinese, e ha inserito una finta preghiera a Buddha. Il senso della battuta è rimasto ambiguo, più allusivo che apertamente polemico, suscitando in sala una risata contenuta.
Il brano non è una semplice canzone: il Comitato centrale del Partito lo aveva inserito nel 2019 tra le cento canzoni scelte per celebrare il settantesimo anniversario della Repubblica Popolare. Questo dettaglio rende la libertà presa da Guo più rilevante rispetto al contenuto della battuta.
Guo aveva ottenuto le autorizzazioni necessarie per lo spettacolo, ma non aveva comunicato in anticipo l’intenzione di modificare il testo, come riferito da funzionari di Wuhan a The Paper, quotidiano di Shanghai vicino alle autorità.
Le sanzioni e la normativa
L’ufficio Cultura e Turismo di Wuhan ha aperto l’11 agosto un’indagine formale, sostenendo che la parte improvvisata non fosse stata inclusa nel materiale sottoposto ad approvazione preventiva, come richiesto dalla normativa sugli spettacoli commerciali. Contestualmente, è stato presentato un esposto che accusava Guo di aver “distorto e volgarizzato un’opera rivoluzionaria classica”, violando il buon costume pubblico.
Il reato di oltraggio a eroi e martiri della nazione, introdotto nel 2021 con una modifica al codice penale cinese, è da allora applicato con rigore crescente. Le autorità hanno dichiarato che “le canzoni rivoluzionarie custodiscono la memoria della guerra di resistenza della nazione cinese e i sentimenti del popolo” e che “nessuna organizzazione o persona può distorcerle o travisarle”.
Il 7 settembre 2026 l’ufficio ha reso nota la conclusione dell’indagine: le sanzioni non hanno colpito Guo in prima persona, ma la società organizzatrice dello spettacolo e il teatro ospitante, per violazione della normativa sugli spettacoli commerciali. Le autorità hanno precisato che il personale coinvolto sarebbe stato “trattato con serietà”, senza specificare ulteriori sanzioni.
Diverse tappe del tour per il decimo anniversario della compagnia sono state cancellate, a partire da uno spettacolo a Xi’an rinviato a data da destinarsi. Un dipendente del teatro ha dichiarato che non esiste una data né un piano per un possibile ritorno dello spettacolo, e che ai possessori dei biglietti verrà offerto il rimborso automatico.
Altri episodi di censura culturale
Il caso di Guo non è isolato. Nel 2023 una società di comici è stata multata per 14,7 milioni di yuan (circa 2 milioni di dollari) dopo che il comico Li Haoshi aveva paragonato due cani randagi che inseguivano uno scoiattolo all’Esercito Popolare di Liberazione, venendo bandito a tempo indeterminato dalle scene. Le autorità hanno invitato artisti e scrittori a mantenere un “pensiero creativo corretto” e a offrire “un sano nutrimento spirituale al popolo”, spingendo diversi locali di cabaret a cancellare i propri spettacoli per prudenza.
Nel 2022, Li Bo ha ricevuto una sanzione di 50 000 yuan per un commento sui lockdown pandemici. Anche i commenti critici al caso Guo hanno avuto vita breve online: un utente che aveva definito la cultura cinese “tesa troppo stretta” ha visto il proprio post rimosso da WeChat.
Non tutti hanno condiviso la linea dura. Hu Xijin, ex direttore del Global Times, organo di stampa del Partito, ha scritto sul proprio account Weibo, seguito da quasi 25 milioni di persone, di aver trovato la versione di Guo “a disagio e inappropriata”, ma di dubitare della gravità della vicenda, avvertendo che infliggere la punizione più severa a chiunque esca dalla linea, “per farne un esempio”, è un errore di giudizio.
Il disastro delle frane al confine Nepal‑Tibet
Il secondo episodio, di gravità ben più elevata, riguarda le frane e le inondazioni che hanno colpito il confine tra Nepal e Tibet, nella Cina sud‑occidentale. Le cifre rese pubbliche dai due paesi divergono in modo netto: il Nepal ha riportato oltre 1 300 morti e quasi 5 000 dispersi, mentre la Cina ha comunicato poco più di 40 morti e circa 500 dispersi sul proprio versante del confine, a cui si aggiungono 261 cittadini stranieri di 23 paesi dati per dispersi in Tibet.
Pechino ha impiegato cinque giorni prima di diffondere informazioni sui dispersi stranieri, mentre il Nepal aveva pubblicato un elenco completo delle vittime già a ridosso del disastro, il 26 agosto.
Controllo informativo
David Bandurski, del China Media Project, ha osservato che Xinhua e CCTV esercitano un “dominio informativo totale” con il compito esplicito di “orientare l’opinione pubblica”, e che il livello dei controlli ha raggiunto proporzioni “senza precedenti”. Ryan Fioresi, dell’International Campaign for Tibet, ha segnalato che il bilancio reale potrebbe essere “molto più alto” di quello ufficiale, citando la distruzione di almeno 300 abitazioni nella sola contea di Gyirong.
Rose Luqiu, della Hong Kong Baptist University, ha rilevato che la copertura dei media statali si è concentrata sulle operazioni di soccorso e sulla risposta del governo, non sulle testimonianze delle vittime.
Restrizioni ai giornalisti
Ai giornalisti stranieri è negato l’accesso alla regione tibetana
