Una coppia litiga. Uno dei due copia gli ultimi messaggi e li inserisce in un sistema di intelligenza artificiale: «analizza questa conversazione. perché mi ha risposto così?». Poco dopo chiede anche di formulare una risposta «più empatica, ma ferma». Il messaggio che arriva al partner può essere linguisticamente migliore di quello che avrebbe scritto da solo. Tuttavia, nella comunicazione è entrato un terzo elemento che non si limita a trasmettere parole: le seleziona, le riformula e, talvolta, suggerisce come interpretare l’altra persona.
Da supporto a interlocutore: l’evoluzione della tecnosessualità
Per annila riflessione sulla tecnosessualità ha studiato il modo in cui dispositivi, piattaforme e ambienti virtuali modificano desiderio e intimità. L’intelligenza artificiale generativa introduce un passaggio ulteriore: la tecnologia diventa responsiva, adattiva e capace di produrre linguaggio relazionale. Non è più soltanto il mezzo attraverso cui due persone comunicano o il supporto di una fantasia erotica. Può assumere il ruolo di interlocutore, consigliere, co‑autore e mediatore.
La questione riguarda quindi non soltanto la sessualità, ma il modo in cui costruiamo l’intimità: come esprimiamo un’emozione, chiediamo scusa, interpretiamo un silenzio o decidiamo se restare in una relazione. I large language model spostano il dibattito dalla digitalizzazione dell’intimità alla possibile delega di una parte del lavoro psicologico che l’intimità richiede.
Quadro teorico e definizioni
Nel corpus accademico sono comparsi concetti come tecnosessualità e digisessualità, che descrivono l’integrazione tra tecnologia e vita sessuale. McArthur e Twist hanno distinto una prima “ondata”, nella quale la tecnologia media attività tra esseri umani, da una seconda, nella quale ambienti immersivi, dispositivi e agenti artificiali diventano componenti centrali dell’esperienza sessuale (McArthur & Twist, 2017). La letteratura successiva ha incluso pornografia online, sexting, dating, realtà virtuale e altre forme di interazione sessuale mediata o simulata digitalmente (Döring et al., 2021).
Statistiche recenti sulla diffusione
- un’indagine nazionale tedesca su 3.564 adulti ha mostrato che il consumo di pornografia è stato riportato dal 66,1 % del campione;
- l’uso di pornografia in realtà virtuale dal 5,3 %;
- l’uso di sex doll o robot altamente realistici dal 3,9 %;
- nel giugno 2026, uno studio su 2.658 adulti tedeschi ha rilevato che il 31,6 % aveva svolto nell’ultimo anno almeno una “AI‑supported sexual activity”.
Le associazioni osservate con i punteggi di comportamento sessuale compulsivo non consentono però di inferire causalità né di patologizzare l’uso della tecnologia (Desbuleux et al., 2025).
Il ruolo emergente dell’AI generativa
Una review su IA e sessualità ha individuato 88 pubblicazioni peer‑reviewed, relative a 106 studi, distribuite tra informazione sessuale, consulenza o terapia, relazioni romantico‑sessuali con agenti artificiali e pornografia generata dall’IA (Döring et al., 2025). Le forme più comuni di “AI‑supported sexual activity” includono la ricerca di informazioni sessuali generate dall’AI, il consumo di pornografia sintetica e il ricorso all’AI per consulenza sessuale.
Il dato non significa che un terzo degli adulti intrattenga relazioni erotiche con un chatbot. Mostra piuttosto che l’AI sta entrando nella sessualità attraverso funzioni differenti, dalla ricerca di informazioni all’interazione. Parlare oggi di tecnosessualità significa quindi considerare sistemi che non soltanto mediano l’esperienza, ma producono risposte personalizzate.
Intimacy by design: progettare la percezione di intimità
Szczuka, Mühl e Schneeberger hanno definito “intimacy by design” la progettazione deliberata di caratteristiche che favoriscono la percezione di intimità nelle interazioni con sistemi artificiali. Il modello comprende:
- responsività emotiva;
- framing romantico;
- possibilità di interazione sessuale;
- continuità della persona artificiale;
- iniziativa proattiva;
- strutturazione commerciale dell’intimità (Szczuka et al., 2026).
Non si tratta di una prova che un chatbot provi emozioni, ma dell’esperienza dell’utente: un sistema che ricorda, valida e utilizza il linguaggio dell’intimità viene percepito in modo diverso da un semplice motore di ricerca.
L’AI come “terza voce” nella relazione di coppia
Una systematic review pubblicata nell’agosto 2026 ha sintetizzato 21 studi empirici condotti tra il 2024 e il 2026 in 11 paesi sull’uso della GenAI come consigliere, mediatore o “terza voce” nelle relazioni di coppia. Gli utenti ricorrevano ai sistemi per consigli non giudicanti, supporto emotivo e facilitazione della comunicazione. Le valutazioni soggettive erano spesso positive, ma sono emerse anche risposte inconsistenti, debole allineamento con il giudizio esperto, rischi di compiacenza, eccessiva dipendenza, riduzione dell’autenticità e problemi di privacy.
Gli effetti positivi sulla relazione restavano preliminari e il trial più robusto non mostrava un vantaggio significativo rispetto a un esercizio di scrittura già consolidato (Levkovich & Alon, 2026).
AI‑mediated communication: una cornice teorica
Hancock, Naaman e Levy definiscono l’AI‑mediated communication come comunicazione interpersonale nella quale un agente computazionale opera per conto di un comunicatore modificando, ampliando o generando messaggi per raggiungere un obiettivo comunicativo (Hancock et al., 2020). Con i large language model questa mediazione può interessare non soltanto la grammatica, ma il contenuto emotivo e la strategia relazionale.
Considerare ogni intervento dell’AI come una falsificazione sarebbe scientificamente debole. In alcuni contesti la collaborazione uomo‑AI può migliorare la qualità espressiva.
Studi sperimentali su empatia e scaffolding comunicativo
In uno studio randomizzato su 300 persone impegnate nel supporto peer‑to‑peer per la salute mentale, il sistema HAILEY suggeriva in tempo reale modalità per rendere le risposte più empatiche. L’assistenza dell’AI aumentava del 19,6 % l’empatia conversazionale e l’effetto raggiungeva il 38,9 % tra coloro che dichiaravano maggiori difficoltà nel fornire supporto (Sharma et al., 2023). Lo studio non riguardava coppie e non dimostra che l’AI migliori automaticamente la comunicazione romantica, ma mostra che può funzionare come scaffolding comunicativo.
Una ricerca successiva ha confrontato messaggi di supporto scritti da persone, generati dall’AI, modificati a partire da testi artificiali o prodotti dall’essere umano dopo indicazioni del sistema. I messaggi AI‑only e AI‑modified contenevano più supporto informativo ed emotivo; quelli AI‑guided,
