Per rintracciare una genealogia del potere, dovremmo necessariamente partire dalle riflessioni di Max Weber sullaburocrazia e approdare al panopticon di Michel Foucault. Tuttavia, le coordinate del controllo sociale hanno subito una torsione radicale. Quello che Aneesh (2006) definisce “algocrazia” non è che l’approdo di una transizione dove il codice sostituisce il protocollo scritto.

Il potere nascosto del codice

Mentre la burocrazia classica si fonda su regole interpretabili, e quindi contestabili, l’algocrazia opera su una logica computazionale che precede e scavalca la mediazione umana: in questo scenario, il diritto all’appello si scontra con l’istantaneità della decisione algoritmica, dove la norma non si legge più, si esegue nel silenzio del software.

Infocrazia: quando il potere occupa tutti gli spazi

Byung-Chul Han (2021) ha recentemente inquadrato questa dinamica sotto l’egida dell’infocrazia. Non siamo più di fronte a un potere che proibisce, ma a un potere che occupa ogni spazio digitale possibile. Nei social network, l’algoritmo agisce come un sovrano invisibile che decide la soglia di visibilità dei discorsi, spingendo nell’oblio ciò che non rispetta le metriche di circolazione.

Lo svuotamento del dibattito democratico

Ne consegue uno svuotamento del dibattito democratico: la “piazza” si frammenta in una miriade di monologhi paralleli, dove l’opinione non si costruisce dal confronto, ma dalla profilazione dei desideri pregressi di ogni singolo utente. La comprensione dell’algocrazia resta parziale se non la si ancora alle basi materiali del capitalismo della sorveglianza spiegato da Shoshana Zuboff (2019).

Surplus comportamentale e manipolazione emotiva

La studiosa ha svelato come l’esperienza vissuta sia stata trasformata in materia prima per l’estrazione di valore: i social network non si limitano a catalogare dati; essi puntano alla “certezza” predittiva. Attraverso il machine learning, le piattaforme isolano il “surplus comportamentale”, ovvero quella quota di dati che eccede il miglioramento del servizio e lo utilizzano esclusivamente per costruire modelli di condizionamento futuro.

Jaron Lanier (2018) argomenta come il fine ultimo di questa architettura sia la manipolazione sottile in cui l’algoritmo, dovendo massimizzare il profitto attraverso il time-on-device, finisce per premiare sistematicamente i contenuti ad alto impatto emotivo: rabbia, sdegno e paura diventano le valute più pregiate, poiché garantiscono un engagement persistente. Il risultato è una società dove la coesione viene deliberatamente logorata per alimentare le necessità estrattive delle grandi corporation tecnologiche.

La Filter Bubble e l’isolamento informativo

La promessa originaria di internet come spazio di connessione universale si è infranta contro la personalizzazione estrema dei contenuti. Eli Pariser (2011) ha coniato l’espressione Filter Bubble per denunciare come gli algoritmi di ricerca e selezione creino un ecosistema informativo ermetico in cui il sistema ci restituisce solo ciò che “meritiamo” sulla base dei nostri clic passati, neutralizzando, di fatto, la capacità di incontrare l’alterità.

Cass Sunstein (2017) ha approfondito il concetto con le echo chambers, studiando come all’interno di questi spazi, la verità smette di essere un valore pubblico per essere degradata a mera funzione della coerenza interna del gruppo.

Una società polarizzata da design

La sociologia dei media contemporanea evidenzia come la polarizzazione non sia un incidente di percorso, ma una feature strutturale: l’algoritmo non ha interesse alla verità, ma alla sua rilevanza percepita. In questo senso, l’algocrazia frammenta la realtà condivisa, rendendo il confronto e il dissenso costruttivo esercizi intellettuali quasi impossibili.

Il velo dell’opacità: Black Box Society

Nel suo lavoro seminale The Black Box Society, Frank Pasquale (2015) solleva il velo sull’opacità radicale che protegge queste tecnologie. Gli algoritmi che governano i flussi comunicativi globali sono blindati dal segreto industriale, creando un depauperamento democratico senza precedenti. Decisioni con ricadute enormi sulla salute mentale collettiva o sull’andamento delle campagne elettorali vengono delegate a sistemi poco trasparenti, i cui criteri rimangono inaccessibili non solo al pubblico, ma spesso agli stessi organi regolatori.

Rendere conto del controllo algoritmico

Questa asimmetria informativa svuota il concetto di responsabilità. Accountability perde consistenza quando nessuna struttura regolatoria riesce a comprendere né tanto meno a correggere le decisioni prese algoritmiche. Gillespie (2018) osserva come le piattaforme giochino una doppia partita: si dichiarano “neutrali” per evitare responsabilità legali sui contenuti, ma agiscono come editori, manipolatori e onnipotenti, attraverso la moderazione algoritmica. Il potere di “mettere a tacere” o “dare voce” non è mai stato così concentrato in pochi eletti e, al contempo, così privo di contrappesi istituzionali.

Il controllo sull’identità: l’immaginario algoritmico

Oltre la politica, l’algocrazia colonizza la psiche. Taina Bucher (2018) descrive l’emergere di un immaginario algoritmico che condiziona la percezione di sé. L’utente contemporaneo vive in uno stato di costante consapevolezza di essere “scansionato”, questa pressione spinge verso una costruzione dell’identità che sia “leggibile” e “premiabile” dal software, trasformandosi in una performance ottimizzata.

Costruzione dell’identità algoritmica

Se l’algoritmo privilegia certi canoni estetici o determinati schemi narrativi, l’individuo tende ad auto-censurarsi o a conformarsi per non cadere nell’invisibilità e patire l’esclusione digitale. La sfera privata viene così caratterizzata dalla logica del mercato: l’autenticità si riduce a un brand da gestire secondo le metriche di like e share, trasformando l’esistenza in una continua ricerca di validazione quantitativa.

Ricette per un futuro diverso

Uscire dall’algocrazia non è un compito affidabile esclusivamente alla tecnica. Come suggerito da D’Ignazio e Klein (2020) attraverso il paradigma del Data Feminism, è necessario rimettere in discussione il potere intr